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Fmi promuove l’Italia sul Pil ma chiede più sforzi sugli Npl

WORLD ECONOMIC OUTLOOK

Fmi promuove l’Italia sul Pil ma chiede più sforzi sugli Npl

DAL NOSTRO INVIATO
WASHINGTON - La crescita in Italia accelera, ma resta in coda agli altri grandi Paesi industriali e soprattutto restano alti i crediti deteriorati (Npl) nei bilanci delle banche, che vanno ripuliti con maggior determinazione. Il Fondo monetario internazionale, nel suo “World Economic Outlook”, interviene nella controversia scoppiata nei giorni scorsi dopo la pubblicazione da parte della Banca centrale europea delle nuove linee guida più stringenti sul trattamento degli Npl, e si schiera con la Bce, sostenendo che bisogna “accelerare” l'aggiustamento dei bilanci bancari. Il Fondo sottolinea anche i rischi della politica sulla stabilità dei conti pubblici.

«Il settore bancario dell'area euro – osserva l'Fmi – ha fatto ulteriori progressi nella pulizia dei bilanci rispetto alla primavera scorsa e la crescita del credito al settore privato è positiva dalla metà del 2015, anche se ancora inferiore a quella dell'economia. Tuttavia, gli Npl restavano alti nel primo trimestre del 2017, circa il 5,7% per l'area euro e sopra il 10% in sei Paesi, fra cui l'Italia, che rappresenta il 30% dello stock di crediti deteriorati dell'eurozona». Il documento sostiene che, «senza uno sforzo più concertato per ripulire i bilanci delle banche e migliorarne la redditività, si potrebbero riaccendere in parti dell'eurozona preoccupazioni per la stabilità finanziaria e timori di un circolo vizioso fra domanda debole, prezzi e bilanci. Se dovessero riemergere rischi politici, per esempio, l'aumento dei tassi di interesse a lunga che li accompagnerebbe peggiorerebbe la dinamica del debito pubblico, specialmente se l'inflazione dovesse rimanere debole».

Secondo il Fondo monetario, «solo un approccio complessivo e proattivo alla riduzione degli Npl può togliere il freno alla crescita del credito». Fra le misure necessarie, lo studio cita l'allargamento alle banche più piccole delle indicazioni della Bce sulla gestione degli Npl, la modernizzazione più rapida e l'armonizzazione dei regimi fallimentari, lo stimolo ai mercati dei crediti in sofferenza con la creazione di “bad bank” nazionali. L'Fmi spinge anche, come la Bce, per il completamento dell'unione bancaria nell'eurozona con la creazione di un efficace schema di assicurazione dei depositi.

Le cose vanno meglio per l'Italia sul fronte della crescita, che, dopo lo 0,9% dell'anno scorso, il Fondo vede all'1,5% quest'anno e all'1,1% l'anno prossimo, in entrambi i casi rivista al rialzo dello 0,2% rispetto alle previsioni di luglio. Rispetto ad aprile, l'aumento per il 2017 è addirittura dello 0,7 percento. Dall'anno scorso a quest'anno, l'Italia è il grande Paese industriale (eccetto il Canada) che fa registrare l'espansione più forte, ma resta in coda agli altri Paesi del G-7. L'Fmi prevede una disoccupazione in lento calo dall'11,7% del 2016 all'11,4% del 2017 all'11% del 2018. Il rapporto fra debito pubblico e pil dovrebbe cominciare a scendere dall'anno prossimo e il bilancio pubblico, dal deficit del 2,2% di quest'anno e dell'1,3% del prossimo, dovrebbe raggiungere il pareggio nel 2020.

La prestazione dell'Italia si inserisce in un'economia mondiale che si rafforza, grazie anche a un primo semestre che è andato meglio del previsto, e cresce in modo sincronizzato. L'espansione globale sarà, secondo l'Fmi, del 3,6% nel 2017 e del 3,7% nel 2018, in entrambi i casi ritoccata dello 0,1% rispetto alle stime di luglio. L'eurozona crescerà rispettivamente del 2,1 e dell'1,9 percento. Il buon momento dell'economia è l'occasione, secondo il Fondo, di fare le riforme, soprattutto per aumentare la produttività, e per ridurre il debito pubblico.
Restano rischi per lo scenario macroeconomico, soprattutto nel medio termine: l'elevata incertezza sulle politiche economiche (soprattutto negli Stati Uniti), l'adattamento delle condizioni finanziarie (con i mercati in questa fase tutti positivi) alla riduzione dello stimolo da parte delle banche centrali, i rischi geopolitici, i timori per il protezionismo, che, se un po' allentati di recente, restano pur sempre un'incognita.

A proposito di banche centrali, ancora una volta il Fondo sollecita la Bce, a due settimane dalla riunione decisiva del consiglio su questo tema, ad “attendere segni concreti di ripresa dell'inflazione prima di ridurre il grado di stimolo della politica monetaria”.

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