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Prestito sociale, si stringe sulla riforma

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Prestito sociale, si stringe sulla riforma

  • –Marco Ferrando

Da qualunque lato lo si guardi, il dossier è di quelli pesanti: vale oltre 14,3 miliardi di euro. Sono i prestiti di migliaia di soci alle cooperative, materia assai delicata di cui il Governo si prepara a rivedere il quadro normativo di riferimento.

Alcuni recenti casi di fallimento - che hanno compromesso parte dei prestiti versati dai soci - suggeriscono di intervenire, e anche celermente. Ma al tempo stesso questo maxi-tesoretto in capo alle coop - al netto di alcuni anomali investimenti di natura prettamente finanziaria - rappresenta la spina dorsale di un pezzo importante dell’economia italiana, dunque si invoca da più parti cautela. Il Governo punta a mediare, e più che una vera e propria riforma avrebbe allo studio un pacchetto di interventi mirati, che potrebbero essere inseriti nel disegno di legge sulle false cooperative che attualmente è in discussione a Palazzo Madama: l’obiettivo, ovviamente, è quello di chiudere entro la fine della legislatura, verosimilmente entro la fine di gennaio.

Sulla necessità di rivedere le regole tutti concordano. Oltre alla politica, sono d’accordo i consumatori (Federconsumatori che ha addirittura presentato una sua proposta di legge) e le cooperative stesse, come ha ribadito Adriano Turrini, il presidente della più grande cooperativa di consumo, Coop Alleanza 3.0, su Plus24 il 25 giugno scorso. Il problema è quanto, e come, intervenire: «C’è un’atipicità che merita di essere preservata», dice il vice ministro all’Economia, Enrico Morando, a Il Sole 24 Ore. In estate lo stesso Morando aveva indicato alcune novità imprescindibili, come ad esempio l’introduzione di un limite alle dimensioni del prestito più stringente di quello attuale (pari a cinque volte il patrimonio netto), la previsione di una soglia minima di liquidità in capo alle società cooperative, maggiori obblighi a livello di informazione e trasparenza. In pratica, alcuni interventi molto puntuali che consentano di ridurre il rischio in capo a chi presta (spesso in cambio di interessi bassi) e consentano di capire esattamente che cosa si sta facendo. Perché è un dato di fatto che talvolta chi diventa creditore, soprattutto nelle coop di consumo (i supermercati) è convinto di mettere i propri soldi in banca.

«Abbiamo concluso l’istruttoria di nostra competenza, ora il fascicolo è al Mise, che è autorità di vigilanza sulle cooperative», dice ancora Morando. Che, per esempio, è scettico di fronte a una delle ipotesi più hard, cioè quella di costituire un fondo di garanzia analogo a quello bancario: di nuovo, osserva, si rischierebbe di confondere strumenti diversi. E quindi, «servono garanzie più efficienti, non un fondo».

Ora la parola è al ministro Carlo Calenda. Che nei giorni scorsi ha ufficializzato la sua discesa in campo inviando una lettera ai presidenti delle principali associazioni di cooperative in cui si chiedono cifre aggiornate sull’ammontare dei prestiti, sulla taglia media e sull’utilizzo. Gli aggregati di fine 2015, come si vede nell’illustrazione qui a fianco, parlano di un totale di circa 14,3 miliardi: 12,4 dalla galassia LegaCoop (di cui 10,9 dalle coop di consumo), 976 milioni da Confcooperative, 1,1 dalle altre.

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