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Draghi: tassi bassi a lungo anche dopo il Qe

il presidente della bce a washington

Draghi: tassi bassi a lungo anche dopo il Qe

WASHINGTON - Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, anticipando uno dei temi del consiglio che si terrà fra due settimane, ha ripetuto a una conferenza a Washington che i tassi d’interesse resteranno bassi «ben dopo» la conclusione del programma di acquisti di titoli, che dovrebbe ridursi a partire da gennaio, con le modalità che verranno annunciate dopo la riunione del 26 ottobre.

La Bce vuole evitare, che, con l’annuncio della riduzione degli acquisti, dal ritmo attuale di 60 miliardi di euro mensili, i tassi di mercato salgano, producendo una restrizione delle condizioni finanziarie. «L'espressione “ben dopo” – ha detto Draghi, nel suo intervento al Peterson Institute, ricordando che questa frase è inserita da tempo nelle dichiarazioni della Bce – è molto, molto importante per ancorare le aspettative sui tassi d'interesse».

Il banchiere centrale italiano non ha offerto invece alcuna indicazione sull’importo della possibile riduzione degli acquisti di titoli, né sulla durata della prossima fase del programma. I mercati finanziari hanno finora interpretato la posizione della Bce come un'indicazione che i tassi (oggi a zero per le operazioni principali, e negativi per 40 punti base per i depositi delle banche presso la Bce stessa) non saliranno prima della fine del 2018 o del 2019, dato che gli acquisti di titoli continueranno per almeno 6-9 mesi. Il consiglio considera la “forward guidance”, cioè le indicazioni prospettiche sulla politica monetaria, come parte integrante del suo pacchetto di misure, insieme agli acquisti di titoli e ai tassi, ha ricordato Draghi.

Il presidente della Bce ha spiegato che una delle questioni su cui il consiglio si sta concentrando maggiormente, al momento, è la mancata risposta dei salari nominali al miglioramento dell'economia e del mercato del lavoro e ha ripetuto il suo mantra che l’istituto di Francoforte è «fiducioso, che l’inflazione convergerà» verso l'obiettivo di stare sotto, ma vicino al 2%, e che la banca deve essere «paziente, persistente e prudente riguardo a fare cambiamenti» nella politica monetaria.

In un altro intervento a Washington, il capo economista della Bce, Peter Praet, ha detto che «stiamo vivendo senza dubbio una ripresa economica solida e ampia, che sta contribuendo a ridurre la capacità inutilizzata e la disoccupazione. Ma c'è ancora una disconnessione fra crescita e inflazione». Il direttore del Fondo monetario, Christine Lagarde, nell’introdurre i lavori dell’assemblea annuale di questa settimana, ha detto che l’Europa è oggi uno dei leader della crescita globale. Ma ha ripetuto che per completare la ripresa, a livello globale, le autorità di politica economica devono sfruttare l’opportunità del buon momento della congiuntura per fare le riforme. Nei giorni scorsi aveva detto che «è ora di riparare il tetto».

Ai critici della Bce, Draghi ha replicato che le distorsioni temute con l'introduzione delle misure non convenzionali di politica monetaria non si sono materializzate e che comunque la creazione di 7 milioni di posti di lavoro nell’Eurozona negli ultimi quattro anni ne giustifica l'adozione. Il capo della Bce ha rivendicato anche il successo della politica dei tassi negativi, che non hanno creato distorsioni e non hanno avuto il paventato impatto negativo sulla redditività delle banche. Un’analisi allineata con uno studio presentato alla stessa conferenza dall'ex presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, che a sua volta ha sostenuto che gli effetti collaterali delle misure non convenzionali della politica monetaria non si sono materializzati. «Questo studio andrebbe tradotto nelle lingue dei 19 Paesi membri dell'area euro”» ha scherzato Draghi, spesso oggetto di critiche, soprattutto da parte tedesca, per le misure adottate.
La politica monetaria, ha detto la signora Lagarde nella sua presentazione, ribadendo la linea dell'Fmi, deve rimanere accomodante.
Ancora una volta, Draghi ha sottolineato che l’insufficienza delle riforme strutturali è una delle debolezze più gravi dell'eurozona.

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