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Ecco come Wall Street ha battuto anche chi scommetteva sul «Toro»

LA CORSA DELLE BORSE

Ecco come Wall Street ha battuto anche chi scommetteva sul «Toro»

(Afp)
(Afp)

C’era la paura di una nuova euroderiva, con le elezioni in Olanda e soprattutto l’ombra di Marine Le Pen sulle presidenziali francesi, quando alla fine dell’anno scorso gli strategist delle più grandi banche mondiali presero in mano carta e penna per le loro previsioni sul 2017. Poi c’erano i rischi legati alla fine del Qe europeo e alla stretta monetaria della Fed, in mezzo alle mille promesse del neopresidente Trump. Dove sarà l’indice S&P500 di Wall Street tra un anno, si chiesero i i grandi strategist? Azzeccarci è quasi impossibile, arrivarci vicino molto difficile. Alla fine del 2016 lo S&P500 si trovava a quota 2238 punti e già sembrava molto “tirato”, ma la gran parte degli strategist preferì non prendere il Toro (borsistico) per le corna inforcando occhiali che rosa shocking.

L’ottimismo dilagava negli uffici studi dei colossi finanziari, all’epoca del passato panettone. Vediamo le previsioni più euforiche: Jonathan Golub, di Royal Bank of Scotland, per fine 2017 pronosticava un S&P500 a 2500 punti. Solo lui era così ardito, ma altri due analisti (John Stoltzfus di Oppenheimer e Brian Rauscher di RW Baird) scommettevano su quota 2450, seguiti da Toia Levkovich di Citigroup (2425). Una tripletta di previsioni concordava sui 2400 punti: David Bianco di Deutsche Bank, Dubravko Lakos-Bujas di Jp Morgan e Jonathan Glionna di Barclays. Più in basso, nella forchetta compresa fra 2350 e 2325 punti, ecco un pattuglione di tutto rispetto composto da Scotiabank, Bank of Montreal, Weeden & Co, Canaccord e Jefferies. Ma erano i 2300 punti a essere probabilmente i più gettonati dagli uffici studi che contano: a quella “quota” trovavamo Goldman Sachs, Bank of America, Ubs e Credit Suisse.

Tutto molto bello, ma la cosa più bella è che la realtà ha superato anche la più euforica previsione, quella di uno S&P500 a 2500 punti. Ieri l’indice guida di Wall Street oscillava intorno ai 2560 punti, pari a un guadagno di oltre il 14% da inizio anno. E nulla sembra più turbarlo: scomparse la Le Pen e la destra olandese, sono arrivate le atomiche nordcoreane e la secessione catalana, assieme agli attentati terroristici a Barcellona e in Gran Bretagna. Ma Wall Street non ha fatto una piega, sprofondata com’è in una soporifera calma piatta. Non parliamo poi della volatilità: a parte qualche piccola fiammata estiva, l’indice della paura (il Vix) sembra in coma profondo, così come l’Orso borsistico.

E’ dal 2009 che non accadeva: tutti gli strategist hanno sbagliato le loro previsioni per difetto. Allora la sorpresa era comprensibil. Dopo l’apocalisse finanziaria scatenata dal crack di Lehman, dopo il crollo e la paura, le Borse avevano dato un colpo di reni del tutto inaspettato. All’inferno e ritorno. Ma oggi?

L’ultima previsione di Morgan Stanley, quella di agosto, immaginava uno S&P500 a 2550 punti per fine anno, ma è già stata polverizzata dai rialzi dell’indice guida di Wall Street. Ora la banca d’affari americana si attende che i listini prendano fiato: «è molto probabile che nei prossimi mesi si verifichi una correzione di almeno il 5%, che non vediamo dall’estate del 2016», spiega Michael Wilson, strategist per l’azionario. Ma dopo la correzione? Non ci sono dubbi: noi torneremo a comprare, spiega Morgan Stanley, in particolare finanza, energia, industria e hi-tech.

«La correzione porrà le basi per la prossima “gamba” del rialzo, con obiettivo 2700 punti - continua Wilson - . La fase Toro iniziata nel 2009 è ancora intatta, anche se probabilmente siamo nelle fasi finali, quella in cui i ritorni sono molto forti dal momento che gli investitori non possono permettersi di perdere questo movimento». Godiamocela finché dura, conclude lo strategist, perché il prossimo decennio non regalerà più rialzi come questo.

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