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Manovra, un primo bilancio in agrodolce

L'Analisi|analisi

Manovra, un primo bilancio in agrodolce

Secondo la tradizione, lo chef Cesare Cardini - uno dei tanti italiani andato a cercare miglior fortuna all’estero - si inventò negli anni Venti la Caesar Salad facendo tesoro di quel che poteva offrirgli la dispensa. Quasi un secolo dopo, anche la legge di bilancio che segna la fine della legislatura somiglia molto a una Caesar Salad, con l’ingrediente ingombrante della clausola di salvaguardia Iva, rimandata al 2019, e tanti contorni assemblati dalle fonti più diverse: dal lavoro al welfare, dalla lotta all’evasione ai bonus.

Vedremo come il confronto con le Camere migliorerà o peggiorerà i sapori. Per il momento il piatto è in agrodolce, con qualche delicatezza (anche di quelle pre-elettorali), diverse amarezze (per piccole e grandi imprese, gli interventi sugli interessi passivi e sull’Iri) e, a completare il tutto, più di un intervento dall’esito incerto. Senza dimenticare che una portata determinante del menu è quella contenuta nel decreto legge fiscale, già in vigore con la sua riapertura della rottamazione per le cartelle e l’ulteriore estensione dello split payment.

È comunque gentile, ad esempio, introdurre nuovi bonus per l’Irpef, dalla cura dei giardini al ripescaggio dello sconto per l’abbonamento del tram (il catalogo completo è apparso sul Sole 24 Ore di ieri), anche se non è proprio beneaugurante che alcuni di questi incentivi valgano solo per l’anno 2018, come accade all’ennesima proroga del 50% per i lavori in casa o al 65% per l’ecobonus. È gentile favorire la formazione in campo digitale e prorogare la deduzione maggiorata sugli ammortamenti. Sembrano felici - nonché doverose - le intuizioni che riguardano l’occupazione giovanile, la quotazione delle Pmi, l’estensione dei Pir all’immobiliare.

Ma nel disegno di legge di bilancio che finalmente ha trovato la sua stesura ufficiale - due settimane dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri, glissiamo su questo “dettaglio” - ci sono parecchi contenuti dalla fortuna incerta. Esiti di promesse degli ultimi mesi o delle ultime settimane, o sistemazioni di pendenze trascinate per troppo tempo, o ancora innovazioni che si decifrano a fatica. Il vasto tema delle pensioni è al momento risolto con l’accoppiata Ape-Rita: il primo detta l’estensione al 2019 e introduce agevolazioni per le lavoratrici, la seconda, diventando più accessibile in anticipo, va ad aumentare le misure di simil-welfare per chi sta in uscita o ha perduto il lavoro troppo tardi per poterlo ritrovare. Il confronto sull’età pensionabile e sui meccanismi di determinazione delle soglie anagrafiche non ha trovato posto, ma potrebbe aver prevalso la linea prudente di lasciar decidere al Parlamento.

Il quale, peraltro, si troverà anche a dover dipanare il garbuglio dell’equo compenso, qui annunciato per difendere gli avvocati dalle clausole vessatorie e recepito tal quale dal disegno di legge che già si stava discutendo. Ma l’equo compenso, come si sa, è richiesta comune a tutte le categorie ed è una misura dal difficile equilibrio, stretta com’è tra l’esigenza di tutelare contro il dumping delle prestazioni professionali e la necessità di non umiliare la concorrenza che può favorire degli utenti. E tra le misure dall’esito incerto metteremmo anche il ricorso a magistrati ausiliari per smaltire il contenzioso tributario in Cassazione: una chiamata al martelletto compensata con 1.000 (mille) euro mensili netti, per discutere di pendenze che possono essere milionarie.

Ci sono tuttavia almeno due o tre ingredienti di sapore sicuramente sgradevole. Il primo è il già più volte criticato rinvio per l’imposta sul reddito d’impresa, che doveva dare agilità ai rapporti fiscali delle attività minori e che viene congelato dopo nove mesi passati a prepararne il debutto. Perseverando nelle peggiori abitudini, quel che era già vigente non lo è più, oppure muta di segno con effetto retroattivo, come accade alla stretta sugli interessi passivi delle imprese: il disegno di legge vuole escludere, già per l’anno in corso, dal calcolo del Rol (il reddito operativo lordo) i dividendi pagati dalle controllate estere alla controllante italiana. In questo modo si riduce l’importo che serve a dedurre gli interessi passivi dall’Ires. E l’amarezza non sta solo nella retroattività, perché la norma è arrivata solo nel settembre 2015 e a questo punto limiterebbe la sua efficacia a un solo esercizio. Quello già concluso. Con buona pace del tax planning, dello Statuto del contribuente e anche della coerenza del sistema che si era voluto disegnare con il decreto internazionalizzazione, uno dei punti chiave nell’attuazione della delega per la riforma del fisco. Un boccone difficile da digerire.

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