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Tim, le tre questioni rimaste aperte

dopo il golden power

Tim, le tre questioni rimaste aperte

(Imagoeconomica)
(Imagoeconomica)

Con il decreto di giovedì il quadro dei poteri speciali che il Governo ha deciso di utilizzare su Telecom è completo. Con la prima “rata” di metà ottobre sono stati imposti obblighi anche pesanti, con la seconda è passata la linea della collaborazione tra azienda, Governo e Autorità. Tutto l’impianto lascia però almeno tre questioni aperte che andranno discusse nei prossimi mesi: l’eventuale societarizzazione della rete, il livello degli investimenti e il raccordo tra l’azione di direzione e coordinamento in capo a Vivendi e i presidi prescritti per le attività dichiarate strategiche per l’interesse nazionale.

La società della rete
Sgombrato il campo dall’equivoco che fosse possibile imporre lo scorporo della rete via golden power, la decisione di separare la rete in una società ad hoc è rimessa alla volontarietà dell’azienda. Sulla carta l’Agcom potrebbe sempre porre come “rimedio” eccezionale la separazione societaria, sulla falsariga - ma a uno stadio più avanzato - del modello Open Reach/British Telecom. Tuttavia in questa fase non risulta che ci sarà alcuna imposizione regolatoria. Di fatto viene lasciato a Telecom di fare la prima mossa.

La societarizzazioen della rete al momento non è però nell’agenda di Tim. Resta la disponibilità a discutere con il Governo e le Autorità - in primis l’Agcom - soluzioni di questo tipo, purchè siano nell’interesse dell’azienda. Ma non si parla, e nemmeno risulta che il Governo l’abbia mai preteso, di spaccare Telecom in due, con una società dei serivizi e una della rete: si porrebbe in tal caso un ovvio tema di sostenibilità del livello occupazionale. La societarizzazione potrebbe fermarsi a livello di Sparkle, che è una Spa interamente controllata, o spingersi fino al livello di Inwit, che è quotata ma controllata al 60% dalla capogruppo. Nell’ottica di Tim dovrebbero però esserci validi motivi aziendali per proporla.

I motivi potrebbero essere svariati. Per esempio adempiere agli obblighi derivanti dalla prima tranche di esercizio del golden power, in modo da consentire presidi di governance focalizzati sulla rete, come è nel caso di Sparkle e Telsy che, appunto sono già società. Oppure ottenere un allentamento degli obblighi che gravano sull’incumbent o di quelli posti con i poteri speciali. Oppure, ancora, raccogliere risorse dal mercato con la quotazione per sostenere gli investimenti. O centrare tutti gli obiettivi insieme. C’è però un punto: ogni progetto richiederebbe tempo per essere realizzato e dunque, visto che la scadenza elettorale è vicina, se ne parlerà semmai col prossimo Governo.

Gli investimenti
L’impostazione del nuovo ad è differente da quella delle due precedenti gestioni. Sia Marco Patuano che Flavio Cattaneo avevano spinto l’acceleratore sulla sostituzione del rame, nella convinzione che l’offerta di un incumbent deve essere spendibile su tutto il territorio nazionale. Una politica che ha portato a coprire i tre quarti del territorio nazionale almeno con la formula dell’Fttc (fiber to the cabinet), senza peraltro riuscire a sradicare del tutto le critiche di ritardi nell’ammodernamento della rete. Fermo il progetto Cassiopea per portare la fibra nelle aree meno concorrenziali e in corso invece il progetto di coprire le prime cinquanta città, l’attenzione del nuovo ad Amos Genish è caduta sul fatto che solo il 10-13% delle linee veloci è stato contrattualizzato e che dunque si pone il problema di come adeguare la domanda all’offerta. Come si concilia l'ottica aziendale con le aspettative pubbliche e la prescrizione, disposta con la seconda “rata” del golden power, di «adottare adeguati piani di sviluppo, investimento e manutenzione sulle reti e sugli impianti»? Anche qui lo si discuterà quando a Palazzo Chigi ci sarà il nuovo Governo, visto che il decreto del 2 novembre concede a Tim sei mesi di tempo, quindi fino a inizio maggio, per presentare una relazione sugli adempimenti previsti.

Direzione-coordinamento
Il punto che però sembra più prestarsi a interpretazioni libere, visto che non è stato affrontato specificamente, è quello della direzione e coordinamento di Vivendi, che ha avviato di fatto il vaglio governativo. Il provvedimento di metà ottobre prescrive l’istituzione di una nuova unità organizzativa di sicurezza, da affidare a un funzionario del Dis, che eserciti la funzione di «controllo e supervisione di tutte le attività, svolte nei diversi ambiti aziendali, attinenti alla gestione degli asset rilevanti ai fini della difesa e della sicurezza nazionale», che sono appunto Sparkle, Telsy e la rete.

Come si concilia l’attività di questa funzione di presidio pubblico con la direzione e il coordinamento di un gruppo privato che sta a Parigi negli ambiti dichiarati strategici per gli interessi dell’Italia? La risposta, appunto, è ancora da scrivere.

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