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Il Tesoro vuole vendere a Cdp il 53% di Enav e una quota Eni

Privatizzazioni

Il Tesoro vuole vendere a Cdp il 53% di Enav e una quota Eni

Il ministero dell’Economia accelera sulle privatizzazioni e punta ad ampliare le partecipazioni da cedere per totalizzare, entro la fine dell’anno, un incasso complessivo che può arrivare a 2,5-3 miliardi. L’operazione dovrebbe passare soprattutto attraverso la vendita alla Cassa depositi e prestiti di partecipazioni in società quotate controllate dal ministero dell’Economia. Se il passaggio della quota di controllo di Enav, per un controvalore - agli attuali prezzi di Borsa - 1,18 miliardi, è ormai assodato, la novità delle ultime ore riguarderebbe la possibilità della vendita di una parte della partecipazione del 4,3% che il Mef detiene in Eni, attualmente controllata dalla Cdp con il 25,76 per cento. Anche in questo caso l’incasso atteso sarebbe pari a circa un miliardo. Il ministero dell’economia conta inoltre di incassare circa 500 milioni da alcune dismissioni immobiliari e questo porterebbe l’introito complessivo per la casse dello Stato a ridosso dei 3 miliardi.

Va precisato, in ogni caso, che l’opzione Eni sarebbe ancora una delle ipotesi al vaglio. Tra le quali rientrerebbe anche un approfondimento sulle partecipazioni che il Mef ancora detiene in Poste (29% circa) e in Enel, controllata al 23,6 per cento. L’operazione su Eni sarebbe quella più semplice: il Mef non cederebbe l’intera quota, ma solo la metà anche per evitare che la Cdp tocchi la soglia del 30% e sia costretta a lanciare un’Opa totalitaria sul capitale della società. La questione di fondo, però, riguarda il valore del titolo, che quota ai minimi storici degli ultimi anni, anche se ha ripreso nelle ultime settimane sulla scia dell’aumento del prezzo del petrolio (14,5 euro il prezzo di chiusura di ieri). Si potrebbe configurare una svendita, visto che nel capitale della Cassa ci sono anche le fondazioni bancarie. Questo è il motivo per il quale gli ultimi governi, da quello guidato da Enrico Letta in poi, avevano sempre accantonato l’ipotesi di collocare quel 4,3 per cento sul mercato. La quota di Poste sarebbe stata la candidata ideale a passare alla Cdp (valore 2,5 miliardi): le controindicazioni, però, sono il prezzo attorno a 6,3 euro ben al di sotto al prezzo di collocamento di due anni fa e il fatto che il nuovo ad, Matteo Del Fante, ancora deve presentare il nuovo piano industriale. E ancora: non ci sarebbero i tempi tecnici per l’operazione, perchè probabilmente andrebbe approvato un nuovo Dpcm che corregga quello varato nel 2016, che stabilì il passaggio del 35% a Cdp a titolo gratuito e il quale prevedeva che la quota residua del 29% dovesse andare sul mercato. Il Dpcm dovrebbe andare all’esame delle commissioni parlamentari competenti (e le Camere presto potrebbero essere sciolte). Mentre per autorizzare le operazioni sulle quote Enav e Eni basterebbe un decreto del ministero dell’Economia. Per quanto riguarda Enel, l’intera quota costerebbe circa 12 miliardi (il titolo è ai massimi, 5,39 euro la chiusura di ieri); trasferire solo un pezzetto avrebbe poco senso industriale e finirebbe per penalizzare il titolo. Certo, il passaggio a Cdp sarebbe un beneficio per entrambe le società: Enel si troverebbe un azionista in grado si sostenerla nel processo di crescita dimensionale che sarà inevitabile nei prossimi anni, la Cassa avrebbe una partecipazione industriale che la rafforzerebbe dal punto di vista patrimoniale.

La decisione di ampliare la quantità di asset in vendita, in ogni caso, non sorprende, ed era una prospettiva già ventilata da IlSole24ore dello scorso 17 ottobre. Il tema è che la scelta di aumentare l’esborso da parte della Cdp ha alcune implicazioni: in particolare quella di ridurre in questa fase i margini di manovra della Cassa su altre operazioni. Se, come appare probabile da quanto sta emergendo in questi giorni, la società guidata da Fabio Gallia dovrà intervenire anche su Ilva, resterà ben poco per altre operazioni straordinarie. Come ad esempio l’eventuale ingresso nel capitale della società della rete di Telecom, qualora si arrivasse prima o poi a uno scorporo.

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