Finanza & Mercati

Trump, ecco perché gli analisti hanno sbagliato tutte le previsioni

PRIMO BILANCIO DELLA PRESIDENZA TRUMP

Trump, ecco perché gli analisti hanno sbagliato tutte le previsioni

«L’unica funzione che hanno le previsioni economiche è quella di rendere l’astrologia rispettabile». La nota frase pronunciata ormai diversi anni fa da un economista spesso irriverente come John Kenneth Galbraith ha ricevuto l’ennesima conferma dalla reazione dei mercati finanziari all’inaspettata elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. A un anno esatto di distanza da quel voto gran parte delle previsioni (in genere nefaste, almeno quelle riguardanti le attività a rischio) che accompagnavano l’ipotesi dell’ascesa alla Casa Bianca del miliardario statunitense restano ben lontane dall’avverarsi.

Wall Street a passo di carica
Non soltanto le azioni di Wall Street hanno da allora guadagnato il 20%, viaggiano ai massimi storici e sfidano le mai ben codificate leggi della gravità dei mercati finanziari, ma anche in ambiti diversi dall’azionario e nelle altre aree del globo le cose non sembrano esattamente essere andate come si prevedeva (o si temeva): non c’è stato il deprezzamento del dollaro che qualcuno indicava, né il vorticoso aumento dei rendimenti obbligazionari.

La protezione mancata di oro, yen e franco svizzero
I mercati dei Paesi emergenti non sono assolutamente finiti alla deriva come si pensava per via della minaccia del ricorso a politiche protezioniste, così come la fragile ripresa europea non è stata messa in discussione da una vaticinata (e per fortuna mai arrivata) contrazione degli scambi commerciali con gli Stati Uniti. Al contrario, chi si è lasciato convincere ad acquistare i classici beni rifugio per trovare riparo dalla tempesta si trova ora con un pugno di mosche in mano se ha scelto l’oro o addirittura è costretto a leccarsi le ferite se ha preferito yen o franchi svizzeri.

Le scommesse vinte (o quasi)
Certo, denigrare in modo simile le capacità predittive di economisti e analisti sarebbe ingeneroso e probabilmente anche ingiusto. Perché a posteriori sono tutti bravi nel giudicare, ma anche perché qualche profezia si è in fondo avverata. Guardando per esempio all’interno dell’azionario Usa, i titoli delle società impegnate nella progettazione e nella costruzione di infrastrutture e quelli legati al settore della difesa hanno in effetti goduto di ottima salute. Ma in maniera altrettanto egregia (se non addirittura di più) si sono comportate quelle banche su cui lo stesso Trump aveva più volte puntato il dito accusatore durante la campagna elettorale e perfino le società farmaceutiche, sulle quali sarebbe dovuta calare la scure dell’abolizione dell’Obamacare.

Al di là delle mancate promesse
Qui però chi volesse prendere le difese di gestori e strategist potrebbe facilmente giocare una carta convincente, perché ben poco di tutto ciò che «The Donald» aveva promesso agli elettori si è al momento trasformato in realtà, e la riforma della Sanità che continua ad arenarsi in Parlamento potrebbe essere addotta come ottima testimonianza in un ipotetico processo ai danni degli economisti. Resta però evidente che, in modo analogo a quanto accaduto appena quattro mesi prima con il referendum sulla Brexit, i grandi guru delle banche d’affari non siano stati in grado di interpretare umori e reazioni del mercato di fronte al manifestarsi dell’evento meno prevedibile.

Pochi in fondo pensavano che si potesse passare nel giro di alcune ore dallo sconforto più nero a quella sorta di strana euforia che ha pervaso gli investitori nelle settimane immediatamente successive all’elezione, tanto da far accostare la nuova fase di mercato al neologismo appositamente coniato del «Trump Trade». E sempre rari sono stati coloro che all’apice dell’infatuazione (durante la quale si sprecavano per esempio le scommesse relative alla parità fra euro e dollaro) sospettavano che gli investitori potessero farsi dubbiosi sulle capacità di tradurre in realtà le promesse da parte del nuovo inquilino della Casa Bianca e interrompessero d’improvviso quella sorta di luna di miele che si era creata.

Scacchiere e pedine
A 12 mesi di distanza dall’8 novembre 2016 i mercati sembrano vivere quella fase da molti definita di «esuberanza irrazionale», in bilico fra una crescita economica che a livello globale viaggia ai massimi dal 2011 (ma che negli Stati Uniti è ormai giunta a una fase matura) e banche centrali che si avviano a ridurre progressivamente quelle erogazioni di liquidità che a loro volta hanno fatto lievitare le valutazioni delle attività finanziarie. In un simile scenario Trump sembra rappresentare soltanto una semplice pedina, probabilmente neanche la più importante della scacchiera, e anche per questo motivo gli investitori possono permettersi di relegare le sue scelte in secondo piano, contribuendo così a mettere in crisi le capacità di previsione di molti economisti.

© Riproduzione riservata