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ArcelorMittal ottimista sull’acciaio, ma la Cina fa ancora paura

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ArcelorMittal ottimista sull’acciaio, ma la Cina fa ancora paura

Afp
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ArcelorMittal guarda con ottimismo al mercato dell’acciaio nel 2018. Il numero uno della siderurgia mondiale, impegnato a rilevare l’Ilva, ha registrato utili e fatturato in aumento nel terzo trimestre e il ceo Lakshmi Mittal afferma che «le condizioni operative stanno continuando a migliorare, con indicatori chiave che implicano un outlook positivo per il 2018». Il gruppo – che solo due anni fa, nel pieno della crisi, era dovuto ricorrere ad un aumento di capitale – ha attirato l’attenzione sui risultati operativi nei primi 9 mesi del 2017, in rialzo del 36% a quasi 6,3 miliardi di dollari.

Il trimestre concluso il 30 settembre segna un rallentamento, ma l’Ebitda è comunque salito oltre le attese, a 1,9 miliardi (+1,4% rispetto a un anno prima, anche se in calo del 9% dal trimestre precedente). Il fatturato è cresciuto del 21,5% a 17,6 miliardi, con vendite di acciaio in aumento in tutte le aree del mondo tranne che in Europa, dove però – sottolinea Arcelor – il calo stagionale è stato meno marcato del solito.

L’orizzonte comunque non è completamente sgombro da preoccupazioni. «Anche se siamo soddisfatti dei progressi che stiamo facendo – ha detto Mittal – operiamo in uno scenario globale competitivo, caratterizzato da sovracapacità e alti livelli di importazioni».Sul banco degli imputati c’è sempre la Cina che – bersagliata da centinaia di dazi, soprattutto (ma non solo) da parte di Stati Uniti e Unione europea – ha in effetti rallentato le esportazioni, ma non abbastanza da rasserenare gli animi.

L’industria siderurgica si confronta tuttora con sfide difficili, nonostante l’indiscutibile ripresa del settore. I consumi di acciaio sono risaliti, ma la World Steel Association intravvede già una frenata per l’anno prossimo, quando la domanda globale – dopo il +2,8% del 2017 – dovrebbe ridurre il passo di crescita all’1,6%, a 1,65 miliardi di tonnellate.

Anche i prezzi rischiano di risentirne, dopo essere quasi raddoppiati in Europa rispetto all’inizio del 2016 (quando erano crollati al minimo da 12 anni). L’eccesso di capacità produttiva resta un problema irrisolto, anche oggi che Pechino ha cominciato a tener fede all’impegno – a lungo procrastinato – di chiudere gli impianti più inquinanti e meno efficienti.

Secondo l’Ocse nel mondo c’è tuttora un surplus di capacità di ben 730 milioni di tonnellate, che rischia addirittura di salire, invece che scendere: tra il 2017 e il 2019 saranno avviate acciaierie per almeno 40 milioni di tonnellate nel mondo, prevede l’Organizzazione. E ci potrebbero essere ulteriori startup per 54,5 milioni di tonnellate.

Più incerte le chiusure. Anche il piano anti-smog in Cina, avverte WoodMackenzie, rischia di non incidere: la domanda di acciaio potrebbe calare calare di 9,6 milioni di tonnellate nel quarto trimestre, a fronte di tagli di produzione “reali” per soli 4 milioni.

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