Finanza & Mercati

Famiglie italiane a caccia di rendimenti tra Pir, bond e Sgr

le scelte dei risparmiatori

Famiglie italiane a caccia di rendimenti tra Pir, bond e Sgr

Qualcuno sarà rimasto stupito nel vedere che le famiglie italiane hanno di nuovo fatto idealmente la coda allo sportello per aggiudicarsi il nuovo BTp Italia. Se la tendenza del giorno d’esordio dovesse confermarsi anche oggi e domani non è escluso che fra la sola clientela privata si possa raccogliere questa volta una cifra molto vicina a quei 4,55 miliardi di euro che, secondo le stime del Tesoro, rappresentano quanto rimborsato proprio due giorni fa al retail di quel titolo indicizzato all’inflazione italiana emesso nel novembre del 2013 per una cifra record di oltre 22 miliardi.

Volendo semplificare la questione si potrebbe insomma dire che gli italiani sono ancora disposti a rimpiazzare un bond che garantiva un tasso reale minimo annuo del 2,15% con uno che invece offre un ben più magro 0,25 per cento. Il paradosso è però soltanto apparente, perché la fase di mercato odierna è evidentemente ben diversa da quella di quattro anni fa. Se non altro perché nel frattempo si è visto un piano di acquisti Bce, che ha ridotto le tensioni nei confronti del Paesi della periferia (e con queste anche i rendimenti) e che tuttora prosegue , anche se a un ritmo ridotto.

Il fenomeno BTp Italia va tuttavia probabilmente oltre le pure considerazioni di mercato e solleva anzi riflessioni interessanti. La prima è che grazie alla particolare formula adottata il Tesoro ha davvero messo a punto uno strumento in grado di incontrare il gradimento di una vasta platea di risparmiatori dal profilo particolarmente conservativo, che utilizza ormai questo strumento alla stregua di un parcheggio del denaro e ne apprezza in modo incondizionato alcune caratteristiche: la cedola semestrale anzitutto (caratteristica però condivisa anche dai tradizionali BTp nominali) e la minor volatilità dei prezzi (che nel caso dell’emissione appena rimborsata, come rileva il Tesoro, non sono mai scesi sotto la pari).

La seconda è che questo 0,25% reale (minimo storico per questo strumento) non è poi un rendimento così malvagio come appare a prima vista, sia perché a questo va i fin dei conti sommata l’inflazione che si registrerà da qui ai prossimi 6 anni (in ottobre è stata pari all’1% e attorno questo livello potrebbe confermarsi anche il prossimo anno, secondo le stime di UniCredit Research) sia perché il BTp Italia gode in fin dei conti di un trattamento fiscale più favorevole (ritenuta del 12,5%) rispetto ad altri prodotti utilizzati per gestire la liquidità (i conti deposito sono tassati al 26%).

Ipotizzando per esempio un tasso di inflazione medio proprio dell’1%, il BTp Italia garantirebbe una remunerazione netta dell’1,09% per superare la quale si dovrebbe ricorrere a un deposito vincolato che garantisca almeno l’1,5% annuo lordo: impresa possibile quando si considerano le offerte lanciate dalle banche per attirare nuova clientela, ma forse un meno sostenibile nel corso del tempo. Si potrà obiettare che per avere un rendimento certo il BTp Italia va tenuto in portafoglio fino alla scadenza (6 anni), ma è anche vero che la natura stessa dello strumento e la sua indicizzazione all’inflazione tendono a rendere i prezzi meno volatili, come pure il fatto che la gran parte di questi bond è detenuta da investitori domestici.

Le alternative non sono poi sempre così evidenti o necessariamente vantaggiose. Il fenomeno dei Pir (e i 10 miliardi che nel 2017 finiranno presumibilmente dentro di essi) è sotto gli occhi di tutti, ma è altrettanto chiaro che i piani individuali di risparmio implicano un’assunzione di rischio ben differente da quella richiesta da un BTp Italia e si rivolgono a una clientela diversa.

La migrazione verso il risparmio gestito (testimoniata dal boom della raccolta negli ultimi anni) è altrettanto innegabile. Anche in questo caso però, a dispetto delle apparenze e del rally delle Borse, le performance dei portafogli non sono così esaltanti come si evince anche dal calo delle commissioni evidenziato nelle trimestrali appena pubblicate dalle Sgr. Complice il deprezzamento del dollaro, che incide sui rendimenti degli investimenti extraeuropei, un portafoglio ben diversificato, con propensione media al rischio e abbastanza rappresentativo dell’investitore italiano ha reso appena lo 0,2% da inizio anno a fine settembre. Solo ottobre ha riservato qualche soddisfazione in più e oggi si arriva al 2% medio lordo, che forse non è abbastanza per mandare in pensione il Btp Italia.

© Riproduzione riservata