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Perché Piazza Affari fa +15% da inizio anno ma i manager vendono

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Perché Piazza Affari fa +15% da inizio anno ma i manager vendono

(Ansa)
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Da inizio anno il FTSE MIB di Piazza Affari ha guadagnato circa il 15% riportandosi fino a 22.300 punti (anche se negli ultimi giorni ha frenato), livelli che non vedeva dall’estate 2015. Certo, l’indice che mostra l’andamento delle 40 blue chip del listino milanese è lontanissimo dal massimo storico, quei 50.108 punti toccati il 6 marzo del 2000. Ma la performance del 2o17 indica se non altro che da parte del mercato c’è una rinnovata fiducia sull’indice italiano delle large cap. Non dimentichiamo che a settembre l’agenzia di rating Standard and Poor’s ha addirittura promosso (per la prima volta dal 1988) il rating sull’Italia. Altra nota positiva.

Se però si spulciano gli internal dealing, le compravendite di azioni operate dagli “internal dealer” (ovvero da amministratori, manager, dipendenti e soci del gruppo) emerge un quadro meno solido. Nell’ultimo trimestre solo in quattro occasioni (Fineco Bank, Banco Bpm, Mediobanca e Bper Banca) sono stati registrati acquisti di azioni da parte degli internal dealer. Nella maggior parte dei casi le operazioni compiute ai piani alti sono state di segno opposto: vendite.

Ci sono poi case history che non t’aspetti, come quella di Intesa Sanpaolo dove negli ultimi 12 mesi non solo non si registrano acquisti, ma ci sono state ben 13 operazioni di vendita da parte degli azionisti di “primo pelo”. L’istituto di credito è accompagnato da altre 11 società in questa speciale classifica.

Dalle parti di Atlantia gli internal dealer non acquistano azioni da novembre 2016, così come per Enel e Telecom Italia. In quest’ultimo caso, a dir la verità, non si registrano neanche vendite in quello che pare un encefalogramma piatto ai vertici.

I rialzi di Borsa non si sposano quindi - stando al grado di fiducia che vi stanno ponendo i protagonisti che vivono “dall’interno” le aziende di Piazza Affari - con un livello di entusiasmante fiducia sul futuro.

I tempi in cui gli amministratori scendevano in campo con mega-investimenti - come quello del 2014 quando l’ad di Fca Sergio Marchionne annunciò l’acquisto di 335mila azioni per un controvalore di 2,6 milioni di euro - sembrano lontani anni luce.

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