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«Per controllare la rete non serve il 100%»

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«Per controllare la rete non serve il 100%»

  • –Antonella Olivieri

Secondo indiscrezioni, la settimana prossima si sarebbe dovuto tenere un incontro tra il neo amministratore delegato di Telecom, Amos Genish, e il presidente di Open Fiber Franco Bassanini. Un primo incontro per avviare un dialogo e verificare le possibilità di una collaborazione che, secondo quanto dichiarato lunedì da Genish, avrebbe escluso comunque scenari di fusione tra le due reti. Mercoledì tra i due c’è stato un botta e risposta a distanza con Genish che ha precisato: «La nostra offerta di collaborazione commerciale con Open Fiber riguarda solo le aree bianche dove Tim è già presente con le sue infrastrutture, e dipenderà da Open Fiber decidere se avrà un senso per loro».

Sulla rete di Telecom, la posizione espressa dall’ad con gli analisti una settimana fa, e ribadita qualche giorno dopo in un incontro con la stampa italiana, poneva la questione sul piano regolamentare. Tim, aveva detto Genish, ha già adottato un modello di equivalence che assicura parità di trattamento di tutti gli operatori, che è il più avanzato in Europa dopo quello di British Telecom. Telecom è al quinto stadio di “separazione”, l’operatore britannico con Open Reach è al settimo, la societarizzazione è all’ottavo. In altre parole ce ne corre prima di arrivare a fine percorso, e bisogna dimostrare che sia necessario.

Ieri però, a margine di una conference sulle tlc organizzata a Barcellona da Morgan Stanley, Genish è sembrato essere più possibilista sull’evoluzione futura. Reuters e Bloomberg hanno riportato le stesse affermazioni del capo-azienda: «Vogliamo il controllo della rete, ma non necessariamente il 100%», «non vogliamo che nessuno ci forzi, ma vogliamo farlo alle nostre condizioni quando dovessimo ritenere che è davvero necessario e qualora aggiunga valore ai nostri azionisti». Bloomberg ha concluso che la discesa sotto il 100%, se aggiunge valore, è un’opzione. Fonti Telecom hanno spiegato che però la posizione sulla rete non è cambiata, anche se le “sfumature” sono suonate differenti rispetto a qualche giorno fa.

Difficile, in ogni caso, che succeda qualcosa a riguardo prima che si insedi il nuovo Governo che uscirà dalle urne. Anche Agcom ha dato l’indicazione di giugno per le valutazioni di eventuali “rimedi” pro-concorrenza a conclusione dell’analisi di mercato in corso che, tuttavia, non potranno mai riguardare l’entità della quota di controllo dell’asset da parte dell’incumbent.

Da Barcellona Genish ha detto che, qualsiasi sia l’evoluzione futura, Vivendi resterà in Tim. «Che piaccia o no, Vivendi è un azionista di lungo termine». Con ciò riecheggiando le parole di Arnaud de Puyfontaine che, rispondendo da Parigi alle domande degli analisti nella conference sulla trimestrale, ha ribadito che la posizione di Vivendi quale «primo azionista» di Tim è una «strategia di lungo periodo» in ottica industriale e che la joint venture con Canal Plus è «il primo segno di questo progetto». Molto di più il ceo della media company transalpina, che è anche presidente di Telecom Italia, non ha aggiunto se non che Vivendi è «felice» degli sviluppi in Italia, della scelta del nuovo ad e del clima migliorato con il Governo e i regolatori. No comment invece su Mediaset perchè «c’è una mediazione in corso». Nella conference il cfo, Hervé Philippe - che pure siede nel cda Tim - ha fornito un aggioramento sul valore delle partecipazioni italiane: 2,9 miliardi il 23,94% di Tim, 1,2 miliardi il 28,8% di Mediaset.

Quanto ai conti, Vivendi ha chiuso il terzo trimestre con ricavi per 3,184 miliardi, in incremento del 2,7% a parità di perimetro e cambi, e del 19,3% includendo Havas, che è consolidata dal 3 luglio. L’Ebita (utile prima degli interessi, imposte e ammortamenti) è stato di 293 milioni, con una variazione “organica” pari a -5,2%, ma in aumento del 5,7% con Havas. L’acquisizione della società che era controllata dal gruppo Bolloré (che da fine aprile ha deciso di consolidare integralmente Vivendi) è costata 2,3 miliardi per la quota del 59,2% e 1,4 miliardi per la successiva Opa. Al 30 settembre l’indebitamento finanziario netto era pari a 3,2 miliardi, contro una posizione di cassa netta per 500 milioni a fine giugno. Nei primi nove mesi l’utile si è attestato a 399 milioni (-66,1% rispetto al 2016). Vivendi ha precisato che nei prossimi sei mesi non lancerà un’Opa su Ubisoft, di cui detiene il 26%, nè chiederà di entrare in consiglio.

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