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E-money, robo-advisory e blockchain: le banche italiane alla…

TECNOLOGIA E FINANZA

E-money, robo-advisory e blockchain: le banche italiane alla sfida tecnologica

(Epa)
(Epa)

Il guanto di sfida delle FinTech è sul tavolo. Le banche italiane sono pronte a raccoglierlo? La risposta è articolata. Da una parte è ben vero che, ad esempio sul fronte dei sistemi di pagamento o dei micro-finanziamenti, il rischio di vedersi sottratti dei ricavi c’è. Dall’altra, però, gli istituti tradizionali già si sono mossi. E non solo in un’ottica ostile. Anzi! «La banca - spiega Roberto Ferrari, Chief Digital and Innovation Officer Mediobanca Group- ovviamente non deve rimanere passiva di fronte alle novità». Ciò detto, però, «il FinTech non è un pericolo in sè. Si tratta di un’opportunità. La quale può cogliersi in diversi modi: o attraverso partnership con le stesse società FinTech oppure sviluppando internamente soluzioni tecnologiche». Insomma, si punta anche alla collaborazione. Così è, ad esempio, per Banca Sella. Il gruppo, sul fronte dei sistemi di pagamento elettronici, ha sviluppato proprio insieme ad una startup l’applicazione Hype. Si tratta di una tecnologia che, quando l’utente si registra online, “crea” in automatico un conto corrente digitale gestibile attraverso lo smartphone. Un borsellino “virtuale”, caricabile con normale denaro, il quale consente diverse attività: dal pagamento con i Pos fisici abilitati fino allo scambio, via sms, del denaro tra gli attuali 100.000 utenti privati abilitati al circuito tecnologico.

Già, la tecnologia. Questa è nel radar della stessa Intesa Sanpaolo. Tra le altre cose l’istituto ha creato una società di corporate venture capital (Neva Finventures) con l’obiettivo d’investire in startup del FinTech, anche estere. La dotazione iniziale di capitale è di 30 milioni (estendibile fino a 100 milioni). Ad oggi gli investimenti hanno raggiunto circa 16 milioni. In quali realtà? Diverse. C’è stato, ad esempio, l’intervento nel fondo tedesco di corporate venture Rocket internet capital partners. Poi, l’impegno nella britannica Iwoca (azienda Fintech specializzata in finanziamenti a Pmi con ricavi fino a 5 milioni). Senza dimenticare, infine, la partecipazione in R3. Vale a dire: un consorzio internazionale tra istituzioni finanziarie che ha l’obiettivo di sviluppare una piattaforma e le applicazioni commerciali basate sulla tecnologia di blockchain.

Quella blockchain che, peraltro, è uno dei focus anche di UniCredit. Piazza Gae Aulenti, insieme ad altre banche europee, fa parte di un consorzio che a dicembre diverrà società di diritto irlandese. La newco svilupperà (le prime operazioni “pilota” sono attese nel prossimo febbraio) una piattaforma basata sulla tecnologia blockchain. Le finalità? La gestione e il regolamento delle transazioni commerciali delle pmi, soprattutto cross border. Un sistema che tra le altre cose permetterà all’esportatore, da una parte, di non curarsi dell’affidabilità dell’acquirente estero; e, dall’altro, di ricevere (grazie proprio alla nuova tecnologia) quasi nell’immediato la somma dovuta per la merce inviata.

Ma non è solo una questione di consorzi o finanziamenti per le pmi. C’è anche lo sviluppo di tecnologie che guardano al retail. In tal senso CheBanca!, del gruppo Mediobanca, ha concentrato parte dei suoi sforzi sul robo-advisor. Vale a dire un consulente automatico operativo su Internet. «La nostra soluzione -dice Ferrari - consente l’immediata profilazione del potenziale investitore». Questo, in conformità con le indicazioni della MiFid II, viene “inquadrato” in funzione della sua propensione al rischio; dei suoi obiettivi e del capitale disponibile. Dopo di che, nel momento in cui la persona è inserita in una determinata “categoria”, il sistema è in grado di offrire il portafoglio più consono alle sue caratteristiche. Insomma, la tecnologia come “abilitatore” della maggiore personalizzazione del servizio. Così, ad esempio, devono ricordarsi «i big data - sottolinea Mario Costantini, responsabile della Direzione Ricerca Accelerazione Innovazione di Intesa Sanpaolo e Ceo di Neva Finventures – con cui possono svilupparsi soluzioni su misura. Servizi capaci di soddisfare le necessità puntuali dell’utente dove serve e quando serve. Una realtà, fino a poco tempo fa, quasi impensabile».

Ciò detto il quadro, seppure sommario, che rappresenta i rapporti tra il FinTech e le banche tradizionali non pare (almeno finora) quello di un’epica battaglia. Anche perchè le nuove realtà, come nel caso del “peer to peer lending”, sono spesso concentrate su attività verticali, di nicchia. Business rispetto ai quali gli istituti di credito si muovono in un’ottica di acquisizione di know how. Oppure di collaborazione. «Il nostro sostegno al FinTech District di Milano - sottolinea Doris Messina della business unit open banking del gruppo Banca Sella - testimonia proprio la volontà di creare un habitat aperto, favorevole agli investimenti e allo sviluppo delle nuove realtà tecnologiche».

A ben vedere la reale concorrenza potrà arrivare dai big digitali. Dai vari Amazon, Facebook o Google. Questi giganti del web, forti delle centinaia di milioni di utenti (se non miliardi) e dei finanziamenti nelle tecnologie di frontiera, porteranno la loro sfida. Soprattutto sul fronte dei pagamenti o dei finanziamenti ai loro clienti. È su questo fronte che si giocherà la vera partita.

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