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I sauditi «spingono» ma se il prezzo sale ci guadagnano tutti

L'Analisi|dopo l’opec

I sauditi «spingono» ma se il prezzo sale ci guadagnano tutti

Esattamente un anno dopo averlo siglato, l’Opec ha deciso ieri di estendere l’accordo sul controllo della produzione a tutto il 2018, contro una scadenza prevista inizialmente di fine marzo 2018. Prevede che la produzione rimanga sotto di 1,2 milioni barili al giorno rispetto al picco dell’ottobre 2016, vale a dire a 32,5 milioni barili per giorno. In quest’anno non solo il grado di rispetto è stato alto, ma addirittura si sono aggiunti 11 paesi non Opec, guidati dalla Russia, che hanno contribuito ad un taglio di altri 0,5 milioni. Nel complesso l’accordo ha funzionato: il Brent è risalito oltre i 63 dollari per barile, il 38% in più dei 45 dollari di un anno fa.

La banca centrale del petrolio rimane l’Arabia Saudita che, nonostante tutti i nervosismi interni, nel 2017 ha tagliato più di quanto promesso, fermandosi a 10 milioni barili giorno, valore comunque superiore di 3 volte a quello a cui arrivò quando il sistema delle quote venne introdotto nel lontano 1983. In tutte le dinamiche dei prezzi del petrolio degli ultimi 50 anni, dietro c’è sempre Riad. Nel 2014, il timore del ritorno dell’Iran l’aveva spinta a produrre al massimo per far crollare i prezzi, intendimento riuscito molto bene, visto che sono crollati da oltre 100 dollari al minimo di 30 del gennaio 2016. Le alte scorte accumulate da allora, ancora oggi a livelli record, pesano e impediscono ai prezzi di riportarsi, come nelle intenzioni, oltre i 70. Questa è la soglia a cui mira l’Arabia Saudita che, da una parte, ha bisogno di incrementare le sue entrate per finanziare le ambiziose riforme del suo giovane e irrequieto principe al trono Mohamed Bin Salman, Mbs, dall’altra, vuole prezzi stabili per garantire una domanda di petrolio in crescita nel lungo termine, in modo da evitare che le sue enormi riserve, di durata oltre i 60 anni, si tramutino troppo presto in inutili pietre nere.

Sotto quest’ultimo aspetto le notizie sono per loro confortanti, visto che la domanda fra un anno toccherà la soglia dei 100 milioni di barili al giorno, 1,5 in più di oggi e 40 in più di quando fu introdotto il sistema delle quote nel 1983. L’economica globale accelera, quella USA sorprende, con un Pil che viaggia oltre il 3% e che torna a scaricarsi sui consumi di benzina.

Si è discusso, su richiesta della Russia, circa cosa fare se il mercato dovesse diventare corto. È un’ipotesi non estrema, vista la carenza di capacità, quella che conta per i prezzi, dopo l’immane taglio degli investimenti delle compagnie fra il 2014 e il 2016, meno 60%. Presto si ritornerà a definire il petrolio una risorsa finita, che per portarlo ai serbatoi delle macchine occorrono miliardi di investimenti e tempi lunghi.

E poi c’è la solita politica. Per il momento sauditi e iraniani si trovano d’accordo ed è un bene che in questo caso il petrolio non sia dannazione, ma strumento di dialogo fra i due nemici. Tuttavia, il giovane Mbs è agitato, non solo nelle parole, come il chiamare il leader iraniano il nuovo Hitler, ma anche nei fatti, con il bombardamento dello Yemen, l’isolamento del Qatar, le interferenze in Libano e gli ultimi clamorosi arresti.

Una moderazione ai rialzi dei prezzi del barile arriva dalla produzione americana che, seppur rallentata, continua a salire, oggi a 9,6 milioni barili giorno, 1 in più di un anno fa. Oggi la finanza americana, però, è meno entusiasta del petrolio da fratturazione e ha smesso di dare facili finanziamenti.

Per l’Opec problemi non ne mancano, come il ritorno della Nigeria, quello, più lontano, della Libia, paesi per ora fuori dall’accordo. Un trend crescente dei prezzi torna utile a tutti, per aiutare l’area Ocse ad allontanarsi di più dalla deflazione, per garantire maggiore stabilità al Medio Oriente e agli altri paesi esportatori, in particolare al Venezuela e alla nostra vicina Russia.

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