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Primi segni di disgelo tra Opec e shale oil

perry a riad

Primi segni di disgelo tra Opec e shale oil

(Afp)
(Afp)

Opec e shale oil stanno facendo la pace. O quanto meno stanno firmando un cessate il fuoco. Il cambio di atteggiamento non è ancora plateale – e forse non lo sarà mai – ma i segnali di distensione si stanno moltiplicando e stanno diventando reciproci. Al punto da essere arrivati a coinvolgere non solo importanti società di fracking, ma persino esponenti del governo Usa.

Il segretario all’Energia Rick Perry, in visita in Arabia Saudita, si è lasciato andare a commenti benevoli sulla proroga dei tagli di produzione decisa la settimana scorsa:  le compagnie petrolifere americane, ha riconosciuto, potranno «prendere le proprie decisioni» in uno scenario di stabilità dei prezzi e sapranno «reagire» alla previdibilità del mercato.

Diversi esponenti dell’industria dello shale oil, all’indomani del vertice Opec, sono stati ben più espliciti. «Se nei prossimi mesi i produttori Usa aumenteranno ancora il numero delle trivelle – ha avvertito il ceo di Pioneer Resources, Scott Sheffield – mi aspetto un nuovo crollo dei prezzi entro la fine del 2018. Spero che stavolta usino il cash flow in eccesso per accrrescere i dividendi».

«Prezzi del greggio più alti – ha aggiunto Matt Ghallagher, chief operating officer di Parsley Energy – portano più cassa in bilancio e questo è un cuscinetto che fa piacere, ma non cè bisogno di ulteriori attività. È molto importante essere disciplinati».

Sulla stessa linea Gary Packer, coo di Newfield Exploration: «Non mi piace che il petrolio valga 27 dollari, ma non mi piace neppure a 80 $. Le inefficienze sul mercato si traducono in prezzi più alti per le materie prime (impiegate nella nostra industria)».

Il segretario all’Energia Perry non è stato altrettanto esplicito, ma questo è ovvio dato il suo ruolo. Le sue dichiarazioni peraltro sono state a malapena registrate dalle cronache, oscurate dalla notizia del disgelo tra Washington e Riad sul fronte del nucleare civile: i sauditi hanno esortato le società Usa a candidarsi per la costruzione di centrali nel Paese, garantendo che non c’è alcuna intenzione di sviluppare le tecnologie a fini militari e da Perry è arrivata una significativa apertura verso un patto di cooperazione nucleare. «Siamo ancora nelle fasi iniziali di trattativa – ha detto – ma penso che entrambi stiamo lavorando per arrivare a un sì».

Il segretario all’Energia Usa – che proseguirà il viaggio in Medio Oriente verso gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar (altri due membri Opec) – è stato ricevuto dal principe ereditario Mohammed bin Salman, con cui stando al comunicato ufficiale saudita ha parlato anche di «stabilità dei mercati energetici».

Con loro c’era il ministro Khalid Al Falih, appena rientrato dal vertice di Vienna: una vecchia conoscenza di Perry, che come lui ha studiato alla Texas A&M University. Il saudita aveva accolto con entusiasmo la sua nomina da parte del presidente Donald Trump: «Non vedo l’ora di incontrarlo per coordinarci nelle politiche energetiche», aveva detto all’epoca, definendolo «una grande persona».

Ieri i due ministri hanno siglato un memorandum d’intesa che li gna a collaborare in particolare su fonti rinnovabili e progetti per il sequestro della Co2. Ma il dialogo, sempre secondo i sauditi, si è esteso a «partnership strategiche in vari campi, tra cui energia, ambiente, industria e investimenti congiunti soprattutto nel settore petrolchimico, delle infrastrutture e dell’energia».

Una vera e propria collaborazione con l’Opec ovviamente è fantascienza. L’argomento tuttavia non è più tabù.  «Comprendo i motivi per cui i produttori di shale oil non partecipano all’accordo sui tagli», ha dichiarato Al Falih in conferenza stampa con Perry. «Anche gli Usa – ha aggiunto – beneficiano dell’accordo».

Circa un mese fa il segretario generale dell’Opec, Mohammed Barkindo, aveva lanciato un appello ai frackers americani, affinché contribuissero a frenare l’offerta di greggio: «Esortiamo i nostri amici nei bacini di shale del Nord America ad assumere questa responsabilità condivisa con tutta la serietà che merita», aveva detto.

Per ora i frackers non si sono fermati. Anzi. Proprio la settimana scorsa, durante il vertice Opec, si è saputo che in settembre gli Usa hanno estratto 9,5 milioni di barili al giorno, un record da due anni, con un balzo del 3% rispetto a ottobre: segno che il rialzo dei prezzi ha stimolato davvero lo sfruttamento dello shale oil, come previsto da molti analisti.

Non solo. Le trivelle in funzione negli Usa sono oggi 749, rispetto alle 477 che si contavano un anno fa. E molte compagnie, approfittando del rally del petrolio, sono tornate a vendere a termine la produzione, proteggendosi da eventuali ricadute dei prezzi: nel terzo trimestre, stima WoodMackenzie, ci sono state nuove operazioni di hedging per 897mila barili di greggio, il 147% in più rispetto al secondo trimestre, nella maggior parte dei casi con prezzo tra 50 e 60 $/barile.

Eppure l’appello di Barkindo non sembra caduto completamente nel vuoto.

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