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Intesa, la crescita degli impieghi: +5%

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Intesa, la crescita degli impieghi: +5%

  • –Maximilian Cellino

Bologna

«Abbiamo dimostrato di ottenere risultati positivi anche operando in Paesi in cui la crescita è stata negativa o al di sotto delle altre aree in Europa, il punto centrale è avere un modello di business corretto per sfruttare i punti di forza». L’amministratore delegato di Banca Intesa, Carlo Messina, guarda già oltre la crisi che ha attanagliato l’Italia nell’ultimo decennio, vede un Paese che ormai ha un «ritmo di crescita acquisito», per quanto non esaltante, e detta le linee guida per sfruttare al massimo le sue caratteristiche positive: ricchezza delle famiglie e vitalità delle imprese presenti sul territorio.

«È vero che la capacità di risparmiare degli italiani è diminuita negli ultimi tempi, ma come stock siamo ancora i più forti nel contesto europeo, e anche le nostre imprese che sono uscite dalla crisi sono in primo piano», ha spiegato Messina - intervenendo al convegno “La banca motore dell’economia nel contesto europeo” organizzato ieri dalla cassa da Cassa di Risparmio di Bologna (gruppo Intesa Sanpaolo) e moderato dal direttore de Il Sole 24 Ore, Guido Gentili - e tracciando così il sentiero su cui dovrà indirizzarsi lo sviluppo futuro di un istituto di credito che vuole operare con profitto in Italia.

In prima fila, tra gli altri, il presidente emerito di Intesa, Giovanni Bazoli e l’ex presidente del Consiglio di Gestione, Enrico Salza. «Se ricchezza e imprese sono i punti di forza - ha proseguito il numero uno di Intesa Sanpaolo - occorre lavorare nella valorizzazione del risparmio gestito, che resta per noi un’area strategica, ma anche nel rapporto con i territori che resta fondamentale pur in presenza di processi di digitalizzazione in corso». Se infatti l’operatività quotidiana può essere semplificata e automatizzata, «la presenza fisica e i punti di contatto con la clientela restano fondamentali per stabilire quel rapporto di fiducia necessario».

Dalle semplici linee guida, Intesa Sanpaolo è del resto passata alla pratica, tanto che nei primi 11 mesi del 2017 ha concesso finanziamenti a medio e lungo termine per 45 miliardi di euro: un ammontare che rappresenta una crescita fra il 2 e il 2,5% rispetto all’anno precedente. «Siamo davvero l’infrastruttura finanziaria del Paese», ha sottolineando Messina, ricordando che «di questi 45 miliardi di erogazioni, 40 miliardi sono stati dedicati alle Pmi e alle famiglie, con una crescita del 5% rispetto allo stesso periodo del 2016».

Il tema della vitalità della miriade di piccole e medie imprese che caratterizza la spina dorsale del tessuto produttivo italiano è stato ripreso da Alberto Vacchi, numero uno di Confindustria Emilia Area Centro, che ha portato l’esempio del territorio su cui opera l’associazione che presiede. «Siamo certamente di fronte a un contesto imprenditoriale molto vivace e con possibilità di crescita prospettica, figlio di una tradizione che noi abbiamo saputo forse più di altri implementare, che è quella di potersi appoggiare in maniera significativa a una logica di impresa diffusa e di filiera», ha sottolineato Vacchi, invitando le stesse banche a «ricalibrare il sistema su questa logica e a lavorare in modo reciproco con le imprese per attivare dinamiche diverse rispetto al passato».

A proposito delle nuove forme di finanziamento a vantaggio del sistema produttivo, il presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, ha ricordato l’importanza crescente dei Pir, i Piani Individuali di Risparmio varati ormai un anno fa dal Governo, sottolineando che questi strumenti «forniscono da una parte un’opportunità per il risparmiatore di avvantaggiarsi dell’incentivo fiscale e dall’altra una soluzione per sostenere le Pmi e la diversificazione delle loro fonti di finanziamento».

Messina - si veda anche l’articolo a pagina 6 - si è poi soffermato sul tema del giorno, quello del cosiddetto addendum, ovvero il meccanismo di accantonamento automatico che la vigilanza Bce vuole imporre alle banche europee sulle sofferenze di nuova creazione. «Sono d’accordo sul principio di fondo, cioè sul fatto che gli Npl debbano essere ridotti e che lo si debba fare il più velocemente possibile perché rappresentano un elemento di fragilità per il Paese, ma non sono d’accorso sul metodo perché ridurre a zero il valore degli Npl senza garanzie in due anni non ha senso. A livello europeo ci si è concentrati sui crediti deteriorati, gli Npl, e sulle sofferenze italiane, per altro lorde», ha spiegato l’a.d. di Intesa Sanpaolo, che ha inoltre aggiunto di non aver ancora ricevuto dalla Bce la comunicazione finale relativa al requisito patrimoniale Srep per il 2018, ma di «non aspettarsi sorprese».

Sul tema Npl è intervenuto anche il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli: « Confido che in queste settimane si sviluppi una duplice riflessione europea senza preconcetti», ha sottolineato, augurandosi che «le argomentazioni che sono venute non solo dall’Italia vengano approfondite adeguatamente e gli esiti siano poi pubblicati». «Non vorrei - ha aggiunto Patuelli - che la discussione dell’opinione pubblica fosse ancora quella del 4 ottobre quando è stato emanato l’addendum, perché da quella data sono avvenute tante cose, per esempio le prese di posizione giuridiche del Parlamento e della Commissione europea: il dibattito non è concluso».

Nell’esercitare gli onori di casa, Gianguido Sacchi Morsiani aveva già invitato a una maggior pressione dei rappresentanti italiani nelle istituzioni comunitarie portando come esempio proprio questo tema chiave. «Sul progetto di addendum - ha evidenziato il presidente di Carisbo - occorre far sentire la nostra voce riguardo a una norma che rappresenterebbe un impoverimento per le nostre imprese, porterebbe a vincoli più stringenti e, in sostanza, a una più difficile erogazione del credito».

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