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I prezzi del greggio alla prova di mille focolai di tensione

verso il 2018: il fronte dell’energia

I prezzi del greggio alla prova di mille focolai di tensione

Una donna in coda per acquistare benzina a Lagos, Nigeria
Una donna in coda per acquistare benzina a Lagos, Nigeria

Confuso. Come potrebbe essere altrimenti? Il Medio Oriente ribolle, le crisi geopolitiche si accavallano le une alle altre. Eppure, nell’ultimo anno non ci sono state serie interruzioni dell’offerta petrolifera. Finora.

Al 50° piano di un grattacielo nel cuore di Manhattan il responsabile del settore Energy di un immaginario fondo di investimento è prigioniero di un dilemma. Quale sarà il corso delle quotazioni del greggio nel 2018? I 67 dollari toccati martedì dai futures sul Brent (ieri hannoceduto 70 cents), il massimo dal maggio 2015, sono solo una fiammata destinata a spegnersi presto oppure segnano l’inizio di un trend rialzista? È meglio acquistare o vendere?

Con lo sguardo il manager ripercorre perplesso le due pile di documenti sulla sua scrivania. Sul lato sinistro si accumulano i report, rialzisti, sulle crisi geopolitiche in corso. Su quello destro i rapporti sui fondamentali che suggeriscono prudenza. L’operatore osserva innanzitutto il rapporto tra domanda e offerta. Pur divergenti tra loro, le previsioni sui consumi indicano per quest’anno una domanda sostanzialmente allineata all’offerta. Ma sono proprio le incognite legate all’offerta a renderlo inquieto.

Analisti e broker sanno bene quanto la speculazione si nutra delle incertezze. Quanto ami anticipare gli eventi. E mai come quest’anno le potenziali crisi capaci di provocare interruzioni della produzione - influenzando i prezzi al rialzo - sono state così numerose. Seguendo un ragionamento statistico, quando le incognite aumentano, cresce la probabilità che una si concretizzi. Ancora una volta le preoccupazioni arrivano dal Golfo Persico, forziere delle riserve petrolifere mondiali, e dal Nord Africa. Il dossier è voluminoso.

Come prevedere che la crisi in Libia non riporti il Paese indietro di qualche anno? L’attentato di martedì contro un oleodotto in Cirenaica non è un buon segnale. Certo la produzione nell’ex regno di Gheddafi è ritornata quest’anno sopra il milione di barili al giorno. Ma come dimenticare che per tre anni, dal 2014 al 2016, attentati, scioperi, e una guerriglia strisciante hanno fatto crollare l’estrazione portandola ad una media di 350mila barili al giorno, e nei momenti peggiori a meno di 100mila barili? Se pensiamo che l’attuale crisi rischia di degenerare c’è di che essere pessimisti.

A preoccupare ancora di più è lo scontro in atto - ormai non più solo diplomatico - tra Iran e Arabia per la supremazia nel Golfo Persico. Da almeno tre anni i due Paesi si affrontano in una guerra per procura in Siria e in Yemen. Ma la monarchia saudita ricorre a toni sempre più belligeranti. In novembre, quando un missile lanciato dai ribelli sciiti Houti, sostenuti dall’Iran, è stato neutralizzato sopra i cieli di Riad, il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman è stato durissimo: «È un’aggressione militare diretta del regime iraniano». «Potrebbe essere considerato un atto di guerra contro il regno (saudita, ndr)». Parole che, dopo il secondo missile lanciato in dicembre (neutralizzato) preludono a un’escalation tra Riad e Teheran dalle conseguenze imprevedibili. Riad non appare ancora capace di portare avanti una guerra diretta contro l’Iran. Avrebbe peraltro bisogno del sostegno degli Usa. E nessuno per ora sembra volere un simile conflitto: sarebbe una catastrofe per i mercati del petrolio. Eppure escludere questa possibilità, per quanto remota, non sarebbe consigliabile.

Altro fattore rialzista che arriva dal regno saudita è la quotazione del 5% della Saudi Aramco, la compagnia petrolifera più grande al mondo. Riad sa bene che più saranno alti i prezzi del greggio, più crescerà la possibilità di incassare i 100 miliardi di dollari previsti dall’Ipo, la più grande della storia, se mai si farà nel 2018. È dunque probabile che perseveri con i tagli produttivi e si adoperi affinché gli altri Paesi dell’Opec facciano altrettanto.

Sull’altra sponda del Golfo Persico l’Iran non si trova in una posizione agevole. Il presidente americano Donald Trump ha sposato la strategia saudita per isolare Teheran. D’altronde non ha mai gradito lo storico accordo sul dossier nucleare iraniano, firmato nell’estate del 2011 e mediato da Barack Obama. Un accordo a cui è seguita l’anno successivo la rimozione delle sanzioni (anche petrolifere) che ha innescato la sorprendente ripresa della produzione petrolifera iraniana. Se l’Iran persistesse nei test missilistici, la Casa Bianca potrebbe adottare nuove sanzioni, nell’ipotesi estrema anche energetiche.

Non sfugge all’incertezza il destino del tormentato Iraq. Il secondo produttore dell’Opec non ha accusato significative riduzioni della produzione nei tre anni di conflitto contro lo Stato islamico (terminato ufficialmente un mese fa). Ma dopo la guerra all’Isis si sta aprendo una fase altrettanto incerta: il “dopo Isis”. In questo contesto le elezioni previste in marzo potrebbero aprire la strada a una spartizione del Paese dalle conseguenze imprevedibili.

In Africa, la Nigeria non è ancora in grado di garantire esportazioni costanti. Il gigante africano, da anni vittima di sabotaggi e attacchi contro le infrastrutture petrolifere, stava riprendendosi, ma la rottura della tregua da parte dei ribelli del Nda non prelude a nulla di buono. Infine il Venezuela, che nel 2018 potrebbe anche precipitare in un default con gravissime ripercussioni sulla sua compagnia petrolifera, la Pvdsa, già piagata dalla corruzione e oberata dai debiti. La produzione è caduta in novembre ai minimi da 15 anni. In caso di default è plausibile un crollo estrattivo.

E se proprio si vuole indulgere al pessimismo chi può assicurare che le elezioni presidenziali in Russia (in marzo), benché fornitore affidabile,non sfocino in disordini attirando gli speculatori?

Disorientato, l’operatore passa in rassegna gli elementi ribassisti. A cominciare dalla crescita della produzione americana di shale oil. Che quest’anno dovrebbe superare i 10,5 milioni di barili al giorno, un record. Passando ai fondamentali, l’Agenzia internazionale dell’Energia stima che nel 1°trimestre si verificherà un modesto surplus (600mila barili/ giorno), che si ridurrà nel 2° trimestre a 200mila barili. Il dipartimento Usa dell’Energia prevede invece un lieve deficit dell’offerta di 180mila barili/giorno nel 1° trimestre. Ma anche in caso di deficit le voluminose scorte di greggio potrebbero rappresentare un tappo a eventuali rialzi dei prezzi fino a che non saranno erose. L’impressione è che alla fine sarà la geopolitica a dettare la direzione dei prezzi del greggio.

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