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L’oro resiste ai venti contrari: +13% nel …

lingotto a 1.300 dollari

L’oro resiste ai venti contrari: +13% nel 2017, la migliore performance da 7 anni

(Marka)
(Marka)

Sui mercati finanziari è stata una delle maggiori sorprese del 2017. L’oro non sembrava avere molte speranze con la Federal Reserve impegnata ad alzare i tassi di interesse e i listini azionari lanciati in un rally da primato. Invece non solo il lingotto ha resistito ai venti contrari, ma chiuderà l’anno con la migliore performance dal 2010, in progresso del 13%, e sopra la soglia psicologica dei 1.300 dollari l’oncia.

Tra i metalli preziosi ha fatto meglio il palladio, che sulla previsione di carenze di offerta si è apprezzato addirittura del 56%, superando il platino e spingendosi fino al record da 17 anni (1.072 $/oncia, raggiunti giovedì).

L’oro ha comunque superato le attese. Nel 2017 le sue quotazioni sono salite a una media di circa 1.260 $/oncia (dai 1.251 $ del 2016), mentre un anno fa il consensus degli analisti, registrato dalla London Bullion Market Association (Lbma), prevedeva una discesa a 1.244 $.

Sul mercato spot londinese il metallo giallo ieri ha raggiunto un picco di 1.307,60 $/oncia, mentre al Comex di New York il benchmark ha concluso a $ 1.309,30 $.

Le prospettive per il 2018 restano comunque incerte. Gli esperti sondati da Bloomberg indicano un prezzo di 1.290 dollari alla fine del prossimo anno, ma c’è una distanza di ben 700 $ tra la previsione più ottimista e quella più pessimista.

In realtà ci sono molte variabili in gioco e non c’è una visione concorde sulla loro evoluzione. Le aspettative sull’oro variano a seconda di ciò che ci si aspetta dalle banche centrali (la Fed e non solo), sul fronte dell’inflazione e sul prossimo andamento dei listini azionari e di altri mercati, che molti analisti giudicano rischioso.

I focolai di tensione geopolitica, sempre più numerosi nel mondo, rappresentano un’incognita in più per il lingotto, tendenzialmente di segno rialzista, anche se guerre, attentati e frizioni diplomatiche nel 2017 non sempre hanno fatto scattare la corsa al bene rifugio.

E poi ci sono le incertezze legate alla Brexit e numerosi importanti appuntamenti elettorali: nel 2018 si andrà alle urne non solo in Italia, ma anche in Russia per le presidenziali e negli Usa per le elezioni di mid-term.

Il recente rally dell’oro non aiuta comunque a decifrare il futuro, perché appare legato soprattutto alla debolezza del dollaro – che archivia l’anno peggiore dal 2003 – e a fattori tecnici.

In un mercato a liquidità ridotta per via delle festività, il lingotto ha regito in modo amplificato all’inattesa caduta del biglietto verde, che non ha regito bene alla riforma fiscale negli Usa.

Anche altre materie prime – in particolare il rame, salito al record da 4 anni, e il petrolio, che chiude l’anno sui massimi dal 2015 – hanno ricevuto un ulteriore impulso dal ribasso del dollaro. Il Bloomberg Commodity Index è salito per undici sedute di seguito, la sequenza positiva più lunga dal 1991.

Per l’oro una spinta supplementare è arrivata dal superamento, in rapida sequenza, di importanti soglie di resistenza rappresentate dalla media mobile degli ultimi 200 e 100 giorni.

Ci sono anche altre fattori temporanei in azione, non ultimo la stagionalità: l’esperienza insegna che il metallo prezioso di solito si apprezza a gennaio e febbraio. Molti investitori si sono probabilmente posizionati per approfittarne, a maggior ragione in vista del Capodanno cinese che nel 2018 cadrà il 16 febbraio.

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