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La Cina vieta la produzione di 553 modelli di automobili

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La Cina vieta la produzione di 553 modelli di automobili

La Cina ha sospeso la produzione di 553 modelli di auto inquinanti. Pechino è il primo mercato mondiale per il settore dell’auto. Ed è uno dei paesi più in difficoltà per i problemi dell’inquinamento - produce più di un quarto delle emissioni inquinanti mondiali - soprattutto nelle grandi città, causate dal traffico, dal riscaldamento e soprattutto dalla produzione industriale. La lotta allo smog è un’emergenza nazionale - con le municipalità che spesso sono costrette nei giorni peggiori dell’anno a chiudere le scuole, gli uffici e le fabbriche. In questi anni qualche miglioramento c’è stato. Tanto che Pechino non è più tra le città più inquinate al mondo. Cosa che non sta accadendo a Delhi che è salita sul podio poco invidiabile tra le metropoli più inquinate del pianeta.

In Cina fanno sul serio. L’agenzia governativa China Vehicle Technology Service Center, con l’avallo del ministero dell’Industria, ha comunicato la lista dei 553 modelli di auto inquinanti la cui produzione è vietata a partire dal primo gennaio. Modelli prodotti da automaker sia cinesi che stranieri attraverso joint venture. Lo scorso anno il governo ha approvato una nuova normativa sulle emissioni degli autoveicoli molto rigida, di cui si è già parlato su queste pagine.

Le nuove norme impongono alle case automobilistiche delle «quote minime» di veicoli elettrici e ibridi sul totale del portafoglio delle auto. Con degli step precisi, anno su anno. Che impongono una decisa inversione verso la produzione di veicoli meno inquinanti per poter rimanere sul mercato più grande del settore automotive in termini di valore e di vendite, e quello a più rapida crescita.

Dal 2019 almeno il 10% delle auto vendute dovrà essere con motore elettrico o ibrido. La quota si alzerà dal 10 al 12% nel 2020. L’obiettivo di Pechino è quello di arrivare ad avere il 20% del parco circolante alimentato a batteria entro il 2025. I produttori inadempienti, se non raggiungeranno la percentuale minima stabilita, saranno costretti ad acquistare dei crediti, sorta di bonus verdi, per poter continuare a vendere le loro auto in Cina. Con aggravi di costi che peseranno sulla competitività.

Intanto, nel presente, dal primo gennaio 2018 le nuove norme hanno messo fuori legge la produzione di 553 modelli di automobili che non rispettano gli standard appena stabiliti in Cina sulle emissioni. L’elenco riguarda principalmente berline a due e tre volumi, ma anche monovolumi, Suv e auto di grossa cilindrata. In mezzo ci sono i produttori cinesi, ma anche gran parte delle case occidentali, i grandi gruppi globali che producono in Cina attraverso joint venture con aziende locali. La lista completa non è stata ancora pubblicata. Ma secondo quanto riferito da diversi siti di settore, nell’elenco dei 553 modelli vietati ci sarebbero auto del Gruppo Volkswagen (Audi e Vw), Bmw, Daimler (Mercedes-Benz), Toyota e General Motors (Chevrolet). Oltre a un lungo numero di produttori locali - sono più di cento in Cina i car maker, in gran parte sconosciuti in Occidente - che producono auto molto diffuse ed economiche, spesso “copiate” o ispirate a modelli europei e americani, ma con emissioni molto superiori alla norma.

Il segretario dell’associazione degli automobilisti cinese, Cui Dongshu, sostiene che il divieto avrà un impatto limitato sul mercato. Prima di mettere le mani avanti, conviene attendere la diffusione dell’elenco definitivo delle auto vietate. Qualche cifra, per farsi un’idea: in Cina lo scorso anno sono state prodotte 26 milioni di auto. Un numero enorme. Se si considera che le auto vendute ogni anno nel mondo sono 96 milioni, dati Acea 2016.

I costruttori di auto globali non hanno scelta, come dice Michelle Krebs, analista di AutoTrader, e si adeguano agli standard imposti da Pechino, con una rapidità che ha sorpreso gli operatori. «Il semplice fatto che la Cina è il primo mercato mondiale rende i costruttori accomodanti e pronti a tutto pur di restare sul mercato».

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