Finanza & Mercati

Export, i 12 Paesi-chiave per raggiungere l’obiettivo 500 miliardi

le sfide dell’economia italiana

Export, i 12 Paesi-chiave per raggiungere l’obiettivo 500 miliardi

Non basta godersi i record dell’anno appena concluso. Per gli esportatori italiani - quelli abituali e i debuttanti - il 2018 è un libro con pagine tutte da scrivere. Dopo i 331 miliardi dei primi nove mesi del 2017, le previsioni parlano di 4% di crescita annua nei prossimi quattro anni e di un traguardo di almeno 490 miliardi nel 2020. Ma non è scontato come arrivarci: in linea di massima l’incremento sarà più alto dove oggi è più bassa la quota del nostro export. Nei Paesi target – una quindicina individuati dal Sole 24 Ore incrociando le previsioni Ice-Prometeia, Cabina di regia per l’internazionalizzazione, Sace – ci sono trasformazioni significative in atto, dettate soprattutto nei mercati emergenti da cambiamenti nei comportamenti d’acquisto (impatto sui beni di consumo) e da cambiamenti industriali che privilegiano l’innovazione tecnologica alla mera capacità produttiva (impatto sui beni di investimento).

Non c’è un unico profilo di export, come dimostra la difficoltà tutta italiana di ampliare la rosa di esportatori abituali (si veda Il Sole 24 Ore del 19 novembre). Dividendo i Paesi di riferimento per tipologia di esportatore, si possono immaginare quattro grandi categorie.

La scelta più sicura e conservativa per il 2018 può essere puntare sul pezzo forte della casa: Germania, Francia e Stati Uniti, i primi tre Paesi di sbocco. Una decisione basata su altri numeri certi - l’incremento del 2016 e quello dei primi nove mesi del 2017 - sposterebbe il focus su Spagna, Polonia, Repubblica Ceca. Per chi ha già più voglia di allontanarsi dalla “comfort zone” e di fidarsi delle stime Ice sul potenziale di crescita, il 2018 potrebbe essere l’anno di Cina (grande mercato, va da sé, ma in buona parte inespresso), Russia (in risalita), Emirati Arabi Uniti (in ascesa). Agli esportatori più audaci, ancora più propensi alla scommessa, potrebbero schiudersi prospettive interessanti in Indonesia, Messico, Ghana.

È una mappa naturalmente non esaustiva, da declinare anche in base ai settori (si vedano le schede a fianco), ma un ottimo punto di partenza. Sace individua anche altri Paesi di “belle speranze” - vedi India, Sudafrica, Qatar, Perù - e il tandem governo-Ice al momento (in attesa delle elezioni e del cambio di esecutivo) per il 2018 ha programmato missioni anche in altre piazze, come Brasile, Giappone , Marocco, Tunisia, Kenya. Nel complesso, l’azione promozionale pubblica conterà nel triennio 2018-2020 su 230 milioni del Piano straordinario made in Italy inseriti nell’ultima manovra. Le iniziative guarderanno ai mercati in base ad analisi precise.

Nei beni tecnologici, ad esempio, l’Italia è generalmente ben posizionata ma ha grandi spazi di crescita in Asia. In questo campo - osserva Prometeia - si consolida l’incremento di mercati a noi vicini, come Germania e Polonia, e continua lo sviluppo delle nuove piattaforme produttive da intercettare come Indonesia, Vietnam e Cina. In generale, per chi produce beni di investimento e beni strumentali i mercati più di frontiera sono la vera occasione, per assecondare la nuova industrializzazione con tecnologie di qualità superiore.

Un po’ diverso il discorso per i beni di consumo, dove abbiamo quote alte nei presidi tradizionali, ma ancora basse nei Paesi più dinamici, a grande potenziale demografico e sempre più inclini all’e-commerce (Cina, Indonesia, Vietnam, Filippine, Malesia, Messico).

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