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I tagli di Glencore fanno volare lo zinco ai massimi dal 2007

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I tagli di Glencore fanno volare lo zinco ai massimi dal 2007

L’Opec sta al petrolio come Glencore sta allo zinco. La società svizzera, tagliando la produzione delle sue miniere, è stata l’artefice principale di un rally che nel giro di un paio d’anni ha provocato un raddoppio delle quotazioni: il metallo ieri si è spinto fino a 3.390 dollari per tonnellata (base tre mesi) al London Metal Exchange, un livello che non raggiungeva dal 2007.

Lo zinco scambiava intorno a 1.700 dollari a ottobre 2015, quando Ivan Glasenberg, carismatico ceo di Glencore, annunciò l’intenzione di chiudere capacità estrattiva per 500mila tonnellate l’anno, una quantità paragonabile al 4% dell’offerta mondiale. L’obiettivo esplicito era «preservare il valore delle riserve nel sottosuolo» – in pratica, risollevare i prezzi – e il successo è sotto gli occhi di tutti.

Lo zinco si apprezzato di circa il 60% nel 2016, di un altro 28% nel 2017 e quest’anno continua a bruciare record, con una traiettoria in ascesa che appare più lineare e forse meno rischiosa di quella del greggio, se non altro perché sulla scena non ci sono avversari insidiosi come lo shale oil, né coalizioni eterogenee da tenere insieme.

Glencore ha fatto tutto da sola, o quasi. Un aiuto è arrivato dalla crociata ambientale della Cina, che ha portato alla chiusura di molte miniere e alla conseguente accelerazione dell’import da parte di Pechino, che a novembre ha raggiunto un record storico di 122.600 tonnellate nette.

A spingere i prezzi dello zinco, impiegato soprattutto in siderurgia, c’è anche la forza della domanda (fattore peraltro in azione anche sui mercati petroliferi). Nei magazzini di borsa le scorte di metallo continuano a calare: al Lme da tre mesi quasi non si registrano consegne e le giacenze sono ormai ridotte ai minimi dal 2008 (180.325 tonnellate). La situazione è simile allo Shanghai Futures Exchange. E su entrambi i mercati lo zinco è in backwardation (prezzi a pronti più elevati di quelli a futuri), ennesimo segno di scarsità.

Del resto il mercato globale è in deficit: la domanda ha superato l’offerta di circa 400mila tonnellate nel 2017, secondo gli ultimi dati dell’International Zinc and Lead Study Group (Izlsg). Ma Glencore – che controlla oltre un decimo della capacità produttiva mondiale e addirittura il 40% di quella europea – non allenterà facilmente la presa.

A metà dicembre ha comunicato che riattiverà la miniera australiana Lady Loretta (160mila tonnellate di concentrati l’anno), ma ha anche chiarito che non arriverà a pieno regime fino al 2019 e che la sua produzione totale di zinco in realtà quest’anno è destinata a diminuire, anche per effetto di cessioni, da 1.105 a 1,090 milioni di tonnellate.

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