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Un «obolo» in vista dei super-profitti

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Un «obolo» in vista dei super-profitti

  • –Marco Valsania

Siamo a gennaio, ma per molte aziende statunitensi è giorno da pesce d’aprile. Schiere di colossi della Corporate America hanno inanellato previsioni di oneri multimiliardari che peseranno sugli imminenti bilanci trimestrali a causa della grande riforma delle tasse varata dal Congresso e dalla Casa Bianca. Da banche e marchi tecnologici, fino a compagnie petrolifere e leader dei prodotti di largo consumo. La litania è tale, e ancora in pieno svolgimento, da sollevare un interrogativo: non doveva la riforma aiutare sopratutto le imprese, sgravate da drastici tagli delle aliquote, imperdibili incentivi al rimpatrio di capitali e premi agli investimenti? La risposta, in breve, è che sì, doveva farlo. E che sì, manterrà la promessa. Gli oneri, insomma, dovrebbero rivelarsi poco più di un pesce d’aprile fuori stagione.

Le voci straordinarie negative di cui vanno predicando le aziende, sia chiaro, esistono. Sono però in realtà un paradosso temporaneo della legislazione e, avvertono analisti e osservatori, non possono essere presi alla lettera come indicatori del futuro. O meglio, quei versamenti odierni legati alle tasse rappresentano un obolo da pagare per partecipare domani allo spettacolo di guadagni molto maggiori, sull’onda proprio della trasformazione pro-business del sistema fiscale.

Più in dettaglio l’impatto maggiore, quando si tratta dei costi immediati, appare causato dalla richiesta alle aziende di far rientrare profitti teoricamente guadagnati attraverso controllate all’estero - sovente in paradisi fiscali. Finora questi utili potevano restare non tassati solo finché parcheggiati oltre confine. Ora potranno rientrare e essere impiegati pagando un’aliquota stracciata fino all’8 per cento. La manovra, secondo alcune stime, potrà generare subito un gettito per l’erario di 235 miliardi, un terzo del quale da cinque leader dell’offshore quali Apple, Microsoft, Pfizer, Cisco e Oracle. Una banca quale Goldman ha a sua volta stimato qui un colpo da 5 miliardi. Apple, da parte sua, potrebbe dover versare 33 miliardi a fronte di tutti i 252 miliardi di liquidità bloccata all'estero.

Non c’è dubbio, quindi, che i conti del passato trimestre - Jp Morgan li inaugura venerdì - e forse anche dei prossimi saranno confusi e complicati dall’interazione dei diversi capitoli della riforma: tra le banche ad esempio alcune perderanno come indicato, ma altre potranno guadagnare da una smobilitazione di riserve a copertura di futuri debiti con il fisco adesso ridimensionati.

È una visione di più lungo periodo a spiegare però perché il mercato azionario abbia ignorato simili scosse. Gli oneri vengono considerati di natura contabile, non riflesso di salute aziendale, e non sono previste sforbiciate ai dividendi. Una riduzione del buyback ipotizzata da Capital One è rimasta un’eccezione. Rimpatri di capitali dovrebbero semmai finire in cedole e riaquisti di titoli propri. Le stesse stime che misurano costi immediati calcolano risparmi e vantaggi che verranno portati in dote dagli sgravi: il solo sconto sul rimpatrio varrebbe in futuro 500 miliardi, il doppio dell’obolo anticipato. Guardando avanti, le aziende americane potranno contare su aliquote domestiche falciate al 21% da 35% e una minimum tax limitata al 10,5% su profitti esteri, scontata di imposte pagate localmente. Più incerta potrebbe risultare la realtà di aziende estere con attività negli Stati Uniti, che rischia di risentire, tra l’altro, della Base erosion anti-abuse tax (Beat) che colpisce pagamenti tra case madri e controllate dentro e fuori i confini Usa.

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