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A Piazza Affari è corsa ai collocamenti

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A Piazza Affari è corsa ai collocamenti

  • –Marigia Mangano

Dal minimo segnato il 26 giugno del 2016 il Ftse Mib è cresciuto del 56%, solo nell’ultimo anno ha guadagnato quasi il 22%. Una performance straordinaria che ha certamente dato impulso alla volontà di imprenditori e società di capitalizzare parte dei guadagni incamerati. Tanto che negli ultimi sette mesi è stato raccolto poco meno di un miliardo di euro (si veda tabella in pagina) grazie a otto collocamenti accelerati promossi su sette società diverse. Recentemente Pirelli ha venduto in Borsa l’1,63% di Mediobanca, mentre il 9 gennaio la famiglia Cucinelli ha ceduto un 6% dell’omonima azienda dopo che a ottobre aveva collocato un altro 6% e in tutto ha raccolto 210 milioni. Prima ancora è finito sul mercato il 5% di De’ Longhi, il 12,3% di Ovs, il 17,5% di Unieuro, il 2,43% di Amplifon e l’8% di Technogym. Le operazioni, nel loro complesso, hanno fruttato ai soci 960 milioni e sembrano aver innescato un fenomeno che con ogni probabilità avrà strascichi importanti anche nel 2018.

In alcuni casi, come per la Fininvest e la partecipata Banca Mediolanum, potrebbe trattarsi di scelte obbligate, stante il persistente diktat di Banca d’Italia al Biscione, a cui ha imposto di scendere sotto il 10% dell’istituto. In altri, come per Mediaset, potrebbe essere il risultato di mediazioni o di accordi oppure una semplice scelta di “opportunità” per cavalcare, nel limite del possibile, il rally dei listini degli ultimi mesi. Fatto sta che, sulla carta, potrebbero finire in Borsa pacchetti azionari per un controvalore assai rilevante, stimabile in diversi miliardi di euro. Che questo possa avvenire attraverso collocamenti lampo, vendite fuori mercato, obbligazioni convertibili non è dato saperlo. L’opzione però esiste ed è concreta.

Basti pensare al caso Pirelli. Con il debutto della società a Piazza Affari, i soci forti hanno sottoscritto nuovi accordi che hanno tagliato fuori i russi di Lti, azionisti al 5%. A loro, poi, è stato concesso un lock up speciale: potranno avviare l’eventuale uscita dal capitale a partire dal prossimo aprile a differenza di ChemChina o di Marco Tronchetti Provera che risultano vincolati fino a ottobre. In più, dal collocamento la Bicocca ha guadagnato il 20% e ai prezzi di ieri per i russi si tradurrebbe in un incasso di 390 milioni.

Più articolato è il caso Fininvest. La holding di fatto gioca su due fronti. Da un lato c’è la battaglia legale in corso con Bankitalia per scongiurare la vendita di un 20% di Mediolanum (1,1 miliardi) mentre dall’altro c’è il tavolo negoziale aperto con Vivendi. Il gruppo transalpino ha il 28,65% di Mediaset e il pacchetto, a seconda di come si concluderà la complessa trattativa tra le parti, potrebbe essere oggetto di cessione per un controvalore fino a 1,1 miliardi. Solo questi tre dossier valgono in tutto poco meno di 2,6 miliardi di euro. A cui si potrebbero sommare tantissime altre opportunità. Qualcuno, per esempio, guarda con interesse alle potenziali mosse attorno ad Exor. La famiglia Agnelli, attraverso la Giovanni Agnelli Bv, ha il 52,99% del capitale della holding il che assicura alla cassaforte un ragionevole margine di manovra. Tanto più perché con il trasferimento in Olanda della vecchia Sapaz e di Exor è scattato il meccanismo del voto multiplo ai soci “fedeli”che prevede 5 diritti di voto per ogni azione posseduta ininterrottamente per 5 anni e altrettanti se il periodo copre l’arco di dieci anni. Dunque, in termini di diritti di voto, il rafforzamento dell’accomandita in Exor potrebbe arrivare all’85%. Abbastanza, per poter mettere sul piatto da un potenziale 3% a un massimo del 20% a prezzi peraltro assai rotondi: il titolo nell’ultimo anno è cresciuto del 50% (+160% dal 2016) e ora viaggia attorno ai 62 euro. Il che vuol dire che il pacchetto minimo garantirebbe da solo oltre 440 milioni di incasso (2,9 miliardi il 20%).

Mediobanca stessa potrebbe poi essere oggetto di nuove vendite piuttosto che, a sua volta, promotrice di un collocamento rilevante: il 3% di Generali. Piazzetta Cuccia, come noto, ha in programma di scendere attorno al 10% del Leone di Trieste e questo potrebbe avvenire attraverso la vendita della quota sul mercato, per un controvalore che ai prezzi di ieri si aggirava attorno ai 740 milioni, piuttosto che trasferendo le azioni in una newco per poi cedere una porzione rilevante del veicolo. Allo stesso modo, l’istituto, come avvenuto nei giorni scorsi, potrebbe essere esso stesso oggetto di valorizzazione. A settembre è prevista una finestra per dare disdetta anticipata del patto che scade nel 2019. Ciò vuol dire che i soci, che oggi coagulano il 28,65% della banca, potrebbero entrare nella piena disponibilità dei titoli il 31 dicembre 2017. L’intero pacchetto oggi vale 2,5 miliardi. Infine, stante la battaglia in atto tra i quattro rami della famiglia Pesenti c’è chi non esclude che il confronto possa avere riflessi sulla struttura di controllo di Italmobiliare di cui Efiparind ha il 44%. Il 13% della holding vale 153 milioni.

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