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La Borsa punta sul riassetto di Retelit: Ipotesi F2i per creare polo…

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La Borsa punta sul riassetto di Retelit: Ipotesi F2i per creare polo italiano tlc

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Da inizio dicembre il titolo ha recuperato oltre il 30%, posizionandosi ai massimi dal 2007, a ridosso di quota 1,8 euro e con una capitalizzazione che sfiora ormai 300 milioni. A guardare l’andamento a Piazza Affari di Retelit (anche oggi in forte rialzo), la sensazione è che il mercato scommetta sul possibile riassetto di uno dei principali operatori italiani di servizi dati e infrastrutture nelle telecomunicazioni. Un rimescolamento di carte, a livello azionario, che potrebbe avvenire anche prima dell’assemblea dei soci fissata per il prossimo 27 aprile, chiamata ad approvare il bilancio 2017 e a nominare il nuovo consiglio di amministrazione. E che potrebbe rilanciare definitivamente una società nata nel lontano 1996 col nome Planetwork, quotata a Piazza Affari come E-Planet nel 2000 in piena bolla della New Economy (al tempo nel capitale c’erano anche Paolo Merloni e la famiglia Moratti) e, dopo una profonda crisi e ristrutturazione, divenuta Retelit nel 2005.

Il turnaround dal 2015 e il recente ingresso del fondo Axxion
Lo scenario, al momento, è ancora molto fluido e aperto a diverse ipotesi ma che la temperatura stia salendo attorno a Retelit è testimoniato anche dal recente ingresso da parte del fondo d’investimento tedesco Axxion, che a fine dicembre deteneva il 5,678% del capitale. Una partecipazione costruita nelle settimane precedenti e che, secondo gli esperti del settore, potrebbe avere anche una valenza strategica in vista dell’assemblea di fine aprile. Non solo: il turnaround di Retelit, iniziato nel 2015 (quando il titolo valeva poco più di 0,5 euro) con il nuovo management, ha iniziato a dare i propri frutti, tanto che la società sarebbe essere entrata nel radar di alcuni investitori internazionali del settore. Se questo possa preludere a possibili operazioni straordinarie è ancora presto per dirlo. Sta di fatto che l’equity story di Retelit, che oggi vanta una fibra ottica di proprietà sviluppata per oltre 10mila km, non è passata inosservata specie tra coloro che sono alla ricerca di un partner italiano sui servizi Internet e sulla fibra. Qualche numero? Se il gruppo aveva chiuso il 2014 con ricavi per 37,2 milioni, un mol di 7,9 milioni (Ebitda Margin del 21%), un Ebit negativo per 9,3 milioni e una perdita netta di 7,9 milioni, nel 2016 il mol era quasi raddoppiato a 14,6 milioni (29,4% di margin) mentre Ebit e profitti netti si sono attestati rispettivamente a 2,2 e 2,9 milioni. E il 2017, che ha visto la definitiva messa in posa e l’inizio della commercializzazione del cavo sottomarino da 25mila km Marsiglia-Bari-Hong Kong, stando alla guidance confermata a novembre dalla società, potrebbe chiudersi con un fatturato tra 60 e 63 milioni, un mol fino a 23 milioni e un Ebit di 6-9 milioni.


L’ipotesi F2i per creare il terzo polo italiano tlc
Per il possibile riassetto di Retelit, che dal 2016 fa parte del listino Star di Borsa Italiana, già lo scorso autunno si era anche parlato di un’ipotesi di lavoro, tutta italiana, che potrebbe dare vita al terzo operatore tlc del Paese dopo Telecom Italia e Vodafone con un valore potenziale di Borsa superiore a mezzo miliardo di euro. A giocare un ruolo di primo piano potrebbe essere 2i Fiber, società specializzata nelle tlc e controllata all’80% da F2i e al 20% dal fondo europeo Marguerite. Negli ultimi mesi, 2i Fiber ha già rilevato tre società del settore come Infracom Italia (dal gruppo Abertis), che offre servizi Ict alle aziende, Mc-Link (su cui ha lanciato un’Opa chiusa con successo di recente) e KpnQwest Italia, focalizzata su soluzioni tlc e cloud computing. In sostanza, 2i Fiber ha già costruito un polo di medie dimensioni specializzato sui servizi (per esempio data center, soluzioni cloud e cyber security per aziende) e Retelit potrebbe rappresentare il partner perfetto dal punto di vista infrastrutturale. Un mix azzeccato sotto il profilo industriale che tuttavia, per essere realizzato – come spesso avviene in questi casi – dovrà trovare una quadra anche dal punto di vista finanziario, con una soluzione che soddisfi tutte le parti coinvolte dall’eventuale aggregazione.
L’idea, riportata dal Sole 24 Ore lo scorso ottobre, potrebbe essere quella di un conferimento degli asset di 2i Fiber all’interno di Retelit attraverso un aumento di capitale dedicato che porterebbe la stessa 2i Fiber ad essere il primo socio della nuova entità. Come comunicato in quell’occasione, la posizione di Retelit è la seguente: «Non ci sono trattative formali con F2i, ma solo contatti informali che rientrano nell’ambito del normale confronto tra gli operatori del settore». Oggi, secondo alcuni osservatori, lo scenario appare tuttavia più favorevole, perché F2i ha concluso proprio a dicembre un passaggio cruciale come la raccolta del terzo fondo. A questo punto, anche il fatto che Retelit sia quotata (e che in futuro potrebbe essere richiesta un’Opa per il delisting) – il fondo infrastrutturale non ha in portafoglio partecipazioni in aziende presenti sul listino di Piazza Affari - potrebbe essere un ostacolo superabile a patto che venga individuata una soluzione condivisa per il riassetto.

Un azionariato variegato con i libici primo socio "silente"
Un concetto, quest'ultimo, che vale per F2i ma anche per i soci di Retelit, una sorta di public company che presenta un azionariato piuttosto variegato e frammentato con un patto di sindacato scaduto a metà dicembre: cosa che rende l’assemblea di aprile potenzialmente ricca di incognite o comunque aperta a diversi scenari qualora i soci stessi non convergano prima su un riassetto di gradimento. Il primo azionista sono i libici della Lybian Post Technology Company, “silenti” da diverso tempo, con il 14,8% mentre – stando al verbale dell’ultima assemblea - il finanziere Holger Van Den Heuvel, attraverso la Selin spa, controlla l’8,35%, la famiglia Borghi – con la Hbc spa, che controlla tra l’altro il gruppo Site, attivo anche nella realizzazione di infrastrutture tlc – il 4,47% e i vicentini Pretto complessivamente il 5,3%. Questi investitori erano legati da un patto di sindacato scaduto appunto proprio un mese fa. Sia Van Den Heuvel sia i Borghi hanno ormai iscritto la partecipazione di carico nei rispettivi bilanci poco sotto 0,9 euro per azione (presumibilmente dopo varie svalutazioni) e, dall’eventuale riassetto, che molto probabilmente li vedrebbe come venditori, potrebbero uscire anche con una piccola plusvalenza.

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus)

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