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Fondi attivisti, la svolta sui target sociali

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Fondi attivisti, la svolta sui target sociali

Larry Fink. (Bloomberg)
Larry Fink. (Bloomberg)

NEW YORK

Il prestigio e i soldi che comanda sono di quelli che incutono rispetto. Di quelli che danno peso alle parole. Così quando Larry Fink ha inviato la sua ultima missiva alla Corporate America, il messaggio ha trovato eco - il fondo che dirige, BlackRock, gestisce asset per seimila miliardi con investimenti in una miriade di aziende Usa e internazionali. Anche se quel messaggio appare insolito per un grande nome della finanza, un cosiddetto investitore istituzionale e passivo: la richiesta che le imprese, quotate e non, «servano propositi sociali». A dar credito all’appello di Fink, che ha citato crescenti «aspettative del pubblico» sul comportamento delle corporation, è la constatazione che non rappresenta un’eccezione per quanto influente. L’attivismo che mette in agenda non le tradizionali performance di bilancio e borsa - terreno di aggressivi bucanieri dell’attivismo quali Carl Icahn, Nelson Peltz o David Ackman - bensì questioni di responsabilità collettiva - dall’impatto ambientale alla diversità interna, dai diritti delle minoranze etniche alla lotta alla discriminazione sessuale - sta diventando la norma, ben oltre il fenomeno di nicchia. Nel mirino sono finiti target ambiziosi, da Apple a Facebook e Twitter, da Citi a Exxon Mobil e Occidental Petroleum, intrecciando i timori non finanziarie alla solidità del business nel lungo termine.

Big del calibro di Jana Partners, State Street Global Advisors, Vanguard, si sono affiancati a fondi pensione californiani o newyorchesi e a protagonisti “specializzati” nell’intervento sociale, quali Arjuna Capital o Zevin Asset Management. Una misura del cambio di passo? Vanguard nell’ultimo anno ha votato a favore del 47% delle mozioni sponsorizzate dal basso contro il 17% precedente. State Street per quasi la metà delle mozioni ambientali presentate e il 38% delle richieste di trasparenza sulle attività politiche. Persino Goldman Sachs e TPG sentono il vento che soffia: hanno rivendicato maggior attenzione a favore delle aziende etiche. E, cronaca delle ultim e ore, anche BofA, per voce del suo vicepresidente Anne Finucane, si è didetta più attenta alle donne, anche in termini di pagamento dello stesso stipendio delle loro controparti maschili. TPG ha rastrellato 325 milioni coadiuvato da Ubs per il fondo sociale Rise Fund. Ancora: Bridgeway Capital devolve ormai metà dei profitti in beneficenza. E Blue Harbor e Trian Fund sollevano temi sociali e di governance considerandoli rischi per i loro investimenti.

La nuova crociata ha trovato un apice con la decisione di Jana di lanciare quest’anno un apposito fondo, lo Jana Impact Capital, che identifichi società impegnate sulla frontiera del bene comune. Nel board ha invitato Sting e riconosciuti “militanti” sociali. Sempre Jana, con il fondo pensione degli insegnanti della California Calstrs, ha messo da poco sotto accusa la regina della market cap Apple, chiedendo che si faccia carico non di maggiori premi agli azionisti ma di soluzioni per i pericoli di dipendenza e danni cognitivi ai bambini causati dall’abuso degli iPhone. Invoca soluzioni di software che permettano maggior controllo sullo smartphone ai genitori e studi sull’igiene mentale.

Altri colossi tech - Facebook e Twitter - sono nel mirino del New York State Common Retirement Fund, il terzo fondo pensione di dipendenti pubblici del Paese con oltre 200 miliardi in asset, e di Arjuna Capital. L’obiettivo: che facciano i conti con “contenuti” quali violenza contro le donne, fake news, odio razziale. E Arjuna è reduce dall’aver concordato con Citigroup aumenti di compensi per donne e minoranze che lavorano nella banca, al termine di un’analisi interna che le ha trovate leggermente sottopagate - in media il 99% della paga degli uomini. Con il settore finanziario tra i peggiori per simili sperequazioni, mediamente del 24%, Arjuna ha salutato l’iniziativa di Citi come d’avanguardia tra le banche Usa. Il fondo ha lunga storia di battaglie, un tempo isolate e ora non più, a favore dei diritti delle donne e di compensi equi in settori che si estendono al retail e alla tecnologia. È stata anche al centro di campagne ecologiche, premendo su Exxon Mobil perché rendesse noti dati sull’impatto ambientale delle sue attività . Una strada intrapresa dai vertici del big petrolifero dopo che una mozione non vincolante ha ricevuto a sorpresa il sostegno del 62% dei soci in sede di assemblea annuale, appoggiata da un esercito di investitori istituzionali. Occidental Petroleum adotterà una miglior “disclosure” sui rischi per il clima. In tutto una quindicina di documenti sul cambiamento climatico hanno ricevuto nell’ultimo round assembleare almeno il 40% dei consensi degli azionisti. Sulla trasparenza dei compensi Arjuna è reduce da dieci mozioni nelle assemblee di una Corporate America bersagliata in tutto da oltre una trentina di simili attacchi. La diffusa sensibilità trova oggi il 92% degli investitori, cortesia di un sondaggio Bloomberg, convinto che l’acronimo Esg (Environment, cioè ambiente, questioni Sociali e di Governance) rappresenti non un auspicio quanto un «impatto quantificabile per l’andamento di un’azienda». Il Forum per gli Investimenti Sostenibili e Responsabili ha rilevato che gli investitori impegnati su questo fronte sono aumentati del 33% in tre anni. No, Fink non è un caso isolato.

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