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In Italia il focus si sposta sulla governance

Finanza personale

In Italia il focus si sposta sulla governance

  • –Antonella Olivieri

Ci sono tre casi di attivismo che hanno fatto scalpore in Italia. Una delle tre iniziative ha avuto l’effetto del sasso gettato nello stagno, l’altra ha colpito nel segno ma a distanza di anni, la terza ha mancato il bersaglio di un soffio.

Il primo caso è l’attacco del fondo Algebris sulla governance di Generali nell’era di Antoine Bernheim, con l’irruzione di Davide Serra nel sancta sanctorum dell’establishment finanziario dell’epoca. Il riassetto al vertice è stato poi gestito a porte chiuse. Il secondo caso è la campagna all’americana impostata sull’Eni da Knight Vinke, fondo attivista “europeo” ma con base a New York che, dopo aver investito un terzo del suo patrimonio per mettere assieme una quota dell’1%, ha fatto pressing pubblicamente fin dal 2009 per sollecitare lo spezzatino del gruppo. A anni di distanza prima Snam e poi Saipem sono state separate. Il terzo caso, infine, non è quello di un fondo ma di Findim, family office di Marco Fossati, secondo uno schema tutt’altro che irrituale in Paesi come la Spagna. Col 5% di Telecom Fossati aveva chiesto la revoca del consiglio “formato Telco”, mancando il ribaltone per un pugno di voti: appena il 50,3% del capitale presente, inclusa ovviamente la holding partecipata da Telefonica, Mediobanca, Generali e Intesa, aveva detto no.

In Italia le iniziative attiviste non sono mai state numerosissime, perché mancano le public company (l’unica, di fatto, è Prysmian, l’ex Pirelli cavi) e la proprietà è ancora relativamente più concentrata che altrove. Però gli esempi di successo non mancano persino dove il controllo è quasi assoluto. Caso di scuola è Parmalat, dove Lactalis che era già vicina all’88% non è riuscita a portare a termine il delisting, nonostante il ritocco al rialzo del prezzo d’Opa, per l’opposizione dei fondi capitanati da Amber che, negli anni, è riuscito a portare a casa anche la revisione (al ribasso) del prezzo dell’acquisizione infragruppo, quella dell’americana Lag, che il padrone francese aveva portato sul tavolo della controllata italiana: 134 milioni di dollari in meno, a beneficio anche delle minoranze azionarie. «In Italia c’è comunque un set di strumenti più efficaci che in altri Paesi, per esempio il meccanismo del voto di lista che consente al mercato di essere rappresentato negli organi sociali», sottolinea Arturo Albano del fondo creato da Joseph Ourgulian, che ultimamente fa da mattatore nel campo. Amber ha bloccato anche il delisting di Caltagirone editore, dove detiene una quota del 10%, sostenendo l’iniquità del prezzo dell’Opa che non rifletteva nemmeno il valore della cassa e della partecipazione in Generali. E ha ingaggiato un braccio di ferro con i soci storici della Popolare di Sondrio (la quota del fondo è del 5,4%), per spingerla a sposare la riforma con la trasformazione in Spa. Si era mosso anche sul fronte Ansaldo Sts, dove poi è subentrato in forze il fondo Elliott di Paul Singer che, dopo aver creato un sito “anti-Hitachi” e aver ottenuto il miglioramento dell’offerta giapponese, starebbe ora cercando di chiudere la battaglia con un trattato di pace.

Non sempre le ciambelle escono col buco. Così il tentativo di Paulson di inserirsi nell’Opa di ChemChina su Pirelli è finito in nulla. Come pure la sollecitazione di Amber a un ricambio manageriale in Mediaset dove, anzi, nel contesto dell’assedio di Vivendi al Biscione, l’arrocco statutario nel board a favore della maggioranza è passato in consiglio all’unanimità, col sì anche dei consiglieri dei fondi che vedranno restringersi gli spazi al prossimo rinnovo.

Finora le iniziative si sono concentrate sugli aspetti finanziari, nota Andrea Di Segni, managing director della società di consulenza Morrow Sodali, convinto però che nell’arco dei prosssimi 12-18 mesi si assisterà a un nuovo filone di interventi sul terreno della governance. «L’obiettivo - sottolinea Di Segni - è sempre lo stesso: agire per portare a galla i valori inespressi».

Dario Trevisan, titolare dello studio legale che tradizionalmente rappresenta i fondi esteri nelle assemblee societarie, invita a non sottovalutare le arti della diplomazia. Qualche volta le contese in punta di fioretto passano inosservate, ma producono risultati. «Difficilmente in Italia si arriva in Tribunale, anche perché un fondo attivista non può restare impegnato su un singolo fronte per più di 3-6 anni, altrimenti i costi richiano di essere superiori ai benefici». Senza tanti clamori, per esempio, i fondi stanno supportando la trasformazione in Spa di Cattolica assicurazioni, che è una cooperativa. E lo stesso fondo Amber, con il dialogo, è riuscito a convincere il management di Eitowers a correggere, con buy-back e aumento del dividendo, una struttura di capitale reputata inefficiente.

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