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Non solo dollaro e yen: ecco le 10 monete che perdono di più…

la danza delle valute

Non solo dollaro e yen: ecco le 10 monete che perdono di più sull’euro

Afp
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L’arrembante avanzata dell’euro nei confronti del dollaro ha di recente guadagnato la ribalta delle cronache, e non poteva essere altrimenti viste le potenziali implicazioni di un simile apprezzamento del cambio sulla nostra economia e anche sulle decisioni della Banca centrale europea (Bce). Il biglietto verde non è però la moneta che ha perso maggior terreno nei nostri confronti negli ultimi 12 mesi. In cima alla classifica troviamo infatti nomi differenti, più o meno «esotici»: si va dal Sum uzbeko, nei confronti del quale il valore dell’euro è quasi triplicato (+191%) in un anno fino all’Arabia Saudita (+16,5%) passando attraverso Angola (+43,2%), Argentina (+42,4%) e Iran (+32,3%).


Chi perde terreno nei confronti dell'euro

Performance a 1 anno. Dati in % al 26 gennaio 2018. Fonte: Thomson Reuters

Le due tessere per comporre il mosaico
Il fatto che il dollaro americano si posizioni al sesto posto (+16,4% per l’euro nei suoi confronti) è tuttavia significativo, perché è una riprova del fatto che nei movimenti di questi ultimi 12 mesi vanno isolate appunto due componenti che hanno interagito: il rafforzamento dell’euro - determinato dalla ripresa economica, dall’affievolirsi delle tensioni politiche e dalle aspettative relative a un graduale freno alle misure espansive da parte della Bce - e il contemporaneo indebolimento della moneta degli Stati Uniti, il cui ciclo economico (uno dei più lunghi dal secondo dopoguerra) è giunto ormai in una fase più matura e forse terminale. Su scala globale, secondo il cambio effettivo calcolato dalla stessa Bce considerando il peso dei diversi partner commerciali, l’euro ha infatti guadagnato soltanto, si fa per dire, il 6,6% negli ultimi due mesi.

L’AVANZATA DELL’EURO
L’indice euro effettivo calcolato dalla Bce (Fonte: Bce)

Tornando a chi ha perso maggiormente terreno, al di là del caso specifico Uzbekistan, protagonista di un delicato passaggio da un’economia controllata a un mercato più o meno libero e di una svalutazione del 50% nei confronti del dollaro a inizio settembre, troviamo in genere Paesi che attraversano fasi delicate sia dal punto di vista economico sia da quello politico: Angola, Argentina, ma anche Turchia e Brasile fanno sicuramente parte di questi. Ci sono poi i Paesi del Golfo - Arabia Saudita, Emirati e Qatar - esportatori di petrolio e le cui valute non a caso sono indicizzate al dollaro stesso. «Un discorso a parte - nota Vincenzo Longo, strategist di Ig - va fatto per l’Iran, penalizzato non soltanto dalle questioni legate ai confini con il Pakistan e dai rapporti difficili con l'Arabia saudita, ma anche dalla questione nucleare che Donald Trump ha rimesso in discussione dopo il faticoso raggiungimento di un compromesso».

Chi prova a reggere l’urto
Altre valute di Paesi come Messico (il peso è stata una delle monete poche a competere con la forza dell’euro), Sudafrica e in parte anche Turchia hanno ottenuto risultati relativamente migliori di quanto ci si potesse aspettare, ma soltanto perché il periodo ha seguito una lunga fase di deprezzamento. «Per altre, come la sterlina o il dollaro canadese, vale il fatto che le rispettive banche centrali si stanno rendendo meno accomodanti le proprie politiche monetarie con un ritmo più rapido rispetto a quanto stia facendo la Bce», osserva ancora Longo, spiegando così certe performance relativamente più sostenute.

IL PESO DELLA VALUTA
Le ponderazioni utilizzate dalla Bce per calcolare il tasso di cambi effettivo dell’euro (Fonte: Bce)

In ogni caso, se si eccettua il dollaro Usa, le valute più penalizzate non sembrano particolarmente rilevanti ai fini della bilancia commerciale dei Paesi della zona euro: i primi 5 della classifica non raggiungono neanche un peso dell’1% nel cambio effettivo calcolato dalla Bce tenendo conto dell’interscambio e quindi i movimenti degli ultimi 12 mesi risultano potenzialmente meno pericolosi per le nostre società esportatrici. Diverso è invece il discorso per lo yuan, che con una ponderazione del 17,7% occupa la posizione più rilevante sopravanzando anche il dollaro in questa particolare classifica. La moneta cinese, ancora in gran parte controllata da Pechino, è a tutti gli effetti in avanzamento sullo scacchiere globale, ma non lo è stata a sufficienza da contrastare l’euro negli ultimi 12 mesi. È soprattutto a questo fenomeno che i big del «Made in Italy» devono iniziare a guardare con un minimo di attenzione.

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