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Telecom: 16mila dipendenti in meno in 10 anni. Ora la ristrutturazione

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Telecom: 16mila dipendenti in meno in 10 anni. Ora la ristrutturazione

Oltre 16mila dipendenti in meno in Italia, oltre 23mila dipendenti in meno nel totale. E’ il risultato del confronto tra due fotografie: la Telecom Italia di fine 2007 e la stessa azienda a fine settembre 2017. Alla riduzione del personale è conseguito un risparmio di costi di circa il 20% tra fine 2007 e fine del 2016 (ultimo dato annuo, e dunque confrontabile, disponibile) mentre i ricavi, nello stesso lasso di tempo, sono scesi di oltre un terzo dai 31,29 miliardi del 2007 ai 19,03 miliardi del 2016 (-39%). Nel corso di dieci anni, funestati da una delle più grandi crisi dal dopoguerra e, soprattutto, dall’avvio di una rivoluzione tecnologica di cui probabilmente i frutti più grossi si vedranno in un prossimo futuro, l’ex monopolista ha perso il 28% di tutto il suo personale e il 24% di quello italiano.

All’estero il calo è stato legato soprattutto al cambio del perimetro e alle dismissioni. In Italia la riduzione del personale, oltre a qualche dismissione, è stata dovuta principalmente a una politica di riduzione dei costi iniziata già dopo la privatizzazione e dovuta anche alla rivoluzione in atto nel mondo delle telecomunicazioni dove servizi un tempo molto redditizi, come la voce e gli sms, sono destinati a diventare sempre meno importanti a vantaggio di contenuti, big data, cloud e servizi innovativi. Ora il nuovo piano di ristrutturazione firmato Amos Genish, e presentato ai sindacati il 18 gennaio, coinvolge un quinto del gruppo in tre anni. Il 7 e l’8 febbraio è previsto il nuovo incontro con i sindacati. Secondo Giorgio Serao della segreteria nazionale della Fistel Cisl che ha seguito passo passo tutte le ristrutturazioni di Telecom Italia, “in questi anni il processo di riorganizzazione è stato governato tra le parti attraverso accordi basati su uscite volontarie senza effetti traumatici. Il problema della gestione degli organici si è acuito nel 2012 con l’allungamento della vita lavorativa dopo la legge Fornero. L’azienda si è trovata di fronte a due problemi: la necessità di seguire la trasformazione digitale, inserendo nuove competenze, e dall’altra la gestione di un personale fortemente invecchiato, con una media di 50 anni d’età”. Nel settore delle telecomunicazioni, commenta Fabrizio Solari, segretario della Slc Cgil con esperienza in vertenze importanti come quella di Alitalia, «non c’è stata nelle telecomunicazioni una vera e propria ristrutturazione come quella avvenuta nel settore industriale. In Telecom ho l’impressione che più che una contrazione c’è stato un rallentamento della crescita. Ora siamo di fronte alla stagione del consolidamento e della ristrutturazione. Ora parte la vera e propria ristrutturazione che riguarderà tutto il settore delle telecomunicazioni».

Il nuovo piano di tagli e di turn over

Numeri alla mano, l’organico totale di Telecom Italia nel 2007 era di 83.429 persone, a fronte dei 61.229 dipendenti del 2016 e dei 59.961 dipendenti dei nove mesi del 2017 che costituisce l’ultimo dato disponibile. In Italia l’organico totale era di 66.951 dipendenti nel 2007 a fronte dei 51.125 del 2016 e dei 50.337 di settembre del 2017. La componente estera è passata dai 16.478 del 2007 ai 10.104 del 2016 e ai 9.624 dei nove mesi del 2017. I costi per il personale sono scesi dai 3,884 miliardi del 2007 ai 3,106 miliardi del 2016 ai 2,303 dei nove mesi del 2017 (non confrontabili con gli altri visto che ancora non è disponibile il dato sull’intero anno scorso).
Attualmente Telecom ha presentato ai sindacati un piano di tagli, sempre su base volontaria, di 6.500 persone in tre anni più 3.500 riconversioni professionali che si tradurranno in internalizzazioni e, possibilmente, come fanno notare i sindacati, in una crisi nell’indotto che non sarà più utilizzato come prima: un piano dunque che coinvolge 10mila dipendenti, cioè un quinto, il 20% di tutto il personale italiano. A questo calcolo vanno poi sommate le circa duemila assunzioni che sono messe in conto a fronte dell’utilizzo della solidarietà espansiva, cioè legata appunto ai nuovi ingressi, e prevista per 20 minuti al giorno: l’equivalente di un taglio di oltre duemila persone.

Gli strumenti su base volontaria usati in passato

Per le uscite di oltre 16mila dipendenti in Italia si è sempre fatto ricorso a strumenti volontari, come la mobilità e i prepensionamenti: insomma l’azienda non ha mai licenziato. Così sono stati conclusi i quattro principali accordi con i sindacati conclusi in questi anni (uno nel 2008, uno nel 2009, uno nel 2013 e uno nel 2015) . In particolare i primi sono avvenuti anche con l’unità del sindacato, mentre l’ultimo è stato sancito nonostante il dissenso della Slc Cgil, per la prima volta nella storia delle telecomunicazioni. Con l’intesa di settembre del 2008, quando Telecom Italia era guidata da Franco Bernabè, l’azienda ha siglato un accordo per la gestione di cinquemila esuberi con mobilità volontaria entro il 2010. Ad agosto del 2009 è stato raggiunto un nuovo accordo tra azienda e sindacati per smaltire, considerati anche quanti non erano già usciti con l'accordo precedente, 3.900 mobilità volontarie nel biennio 2010-2012. Per altri 2.220 lavoratori sono stati adottati percorsi di formazione con contratti di solidarietà. Dal 2012 in poi è cambiato il quadro normativo e con la legge Fornero si è allungata l’età pensionabile. Nel 2013, con Marco Patuano amministratore delegato, è stato firmato un altro accordo sindacale su tremila esuberi dichiarati dall’azienda da gestire con contratti di solidarietà e pensionamenti. A ottobre del 2015 è stato infine raggiunto l'accordo quadro per gestire altri 3.300 esuberi annunciati dal gruppo, che, come contropartita, ha rinunciato allo spin off dei call center. L'intesa è stata raggiunta nonostante la contrarietà della Slc Cgil.

La rivoluzione tecnologica nelle tlc

I venti della rivoluzione tecnologica provocheranno un’accelerazione, a detta degli stessi sindacati, dei processi di ristrutturazione nelle aziende di telecomunicazioni. E l’ondata non riguarderà la sola Telecom Italia. «Ci sono – spiega Serao – funzioni come quelle della manutenzione della rete che diventeranno sempre meno importanti con l’avvento della fibra che richiede poca assistenza. Inoltre, conclusa la transizione dall’Adsl alla fibra, ci sarà meno lavoro per le figure del delivery e della progettazione. Serviranno invece altre professionalità soprattutto nei servizi. Per questo è importante la riqualificazione del personale, ed è importante assicurare un riconoscimento economico».
Anche oggi il gruppo, come si legge nelle slides presentate ai sindacati il 18 dicembre scorso, vuole procedere su basi volontarie. Ha messo sul tavolo gli strumenti dei prepensionamenti (come previsti dalla modifica alla legge Fornero che ha ormai un scivolo fino a sette anni), degli esodi incentivati, della solidarietà espansiva per le 2000 assunzioni e della riqualificazione professionale. Ma, al contempo, ha chiesto rapidità di decisioni e un accordo prima del nuovo piano industriale che sarà presentato il 6 marzo. «Ancora una volta – dichiara Serao – l’azienda e i sindacati stanno provvedendo a trovare una strada non traumatica utilizzando proprio lo strumento della legge Fornero: l’articolo 4 i cui costi si scaricano sull’azienda. Valutiamo con estrema attenzione questo processo nell’ottica di salvaguardare i livelli occupazionali e garantire al meglio chi rimane in azienda, pur nell’attuale contesto di trasformazione e innovazione dell’azienda con l’avvento del 5G e la diffusione della fibra». Solari, invece, ha lanciato l’idea, nata in ambito sindacale, di gestire la ristrutturazione di Telecom, e le altre che inevitabilmente seguiranno, con lo strumento di un fondo ad hoc per le tlc alla stregua di quanto avvenuto nel settore bancario. Un fondo che sarebbe pagato da aziende, lavoratori e anche clienti.

«L'obiettivo - ha spiegato Solari - è far pagare le ristrutturazioni a tutto il sistema delle telecomunicazioni. A mettere i finanziamenti necessari potrebbero cioè essere le stesse aziende, i lavoratori, ma si potrebbe prevedere anche un concorso dei clienti con un esborso di qualche centesimo in bolletta. Ovviamente bisognerebbe prevedere nel regolamento che le aziende sono chiamate a contribuire sempre, ma ogniqualvolta un gruppo attinga al fondo per mettere in atto una ristrutturazione dovrà farsi carico di un onere aggiuntivo».

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus)

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