Finanza & Mercati

BTp, le banche vendono ma le famiglie scendono in campo

  • Abbonati
  • Accedi
voto e fine del qe

BTp, le banche vendono ma le famiglie scendono in campo

(Agf)
(Agf)

Nel momento del bisogno le famiglie italiane sono pronte a scendere in campo. Se il punto debole dell'Italia è quello di avere un alto debito pubblico, l'altra faccia di questa medaglia ci indica che –dato che in economia non esiste un debito senza un corrispettivo credito– il debito privato è tra i più bassi d'Europa. Perché appunto nel conteggio vanno inseriti gli svariati miliardi che le famiglie italiane hanno trasformato in crediti privati acquistando titoli di Stato (oggi prevalentemente BTp dato che i BoT, in virtù dei rendimenti sottozero, sono diventati uno strumento monetario e non di risparmio).

Senza dimenticare quei 1.400 miliardi di liquidità (circa il 70% del debito pubblico) non ancora investita. Che giace nei conti correnti e che – questo è davvero un peccato – viene erosa di anno in anno da quel poco (circa l'1%) a cui ammonta oggi la svalutazione del denaro (inflazione).

Dicevamo che nel momento del bisogno le famiglie sono sempre scese in campo. L'ultima volta è accaduto durante la crisi del 2011 quando gli investitori stranieri sono fuggiti dal debito pubblico – in molti ricorderanno gli 8 miliardi di BTp venduti in blocco da Deutsche Bank - nello stesso momento in cui le famiglie acquistavano in massa i BTp Italia che offrivano il 7-8% annuo.

Il grafico della storia degli acquisti e delle vendite nette da parte degli attori finanziari sul debito pubblico italiano ci racconta che in questo momento – quando gli investitori stranieri sono tornati ad essere venditori netti – le famiglie italiane sono, insieme alla Banca centrale europea che compra titoli di Stato nell'ambito del programma di quantitative easing avviato nel marzo del 2015 e che dovrebbe durare almeno fino a settembre 2018, gli unici attori economici che, attraverso acquisti netti positivi, stanno sostenendo il debito pubblico italiano.

COMPRATORI E VENDITORI NETTI DI BTP
Chi entra e chi esce dal debito pubblico italiano (Fonte: Banca d'Italia e Citi Research)

Le elezioni sono alle porte: il 4 marzo infatti non è lontano e i capitali stranieri nel dubbio di una tornata elettorale che potrebbe scompaginare gli attuali equilibri parlamentari, preferiscono in questo momento restare alla finestra e vendere più che acquistare i buoni del Tesoro poliennali.

Inoltre, si nota ora che manca l'apporto delle banche. A differenza di quanto accaduto nel momento di crisi finanziaria più acuta della recente storia italiana (2011) quando le banche italiane si sono riempite (dietro impulso della Bce) di BTp, oggi invece anche queste si configurano come venditori netti (stanno sostanzialmente vendendo i titoli acquistati durante la crisi, con tanto di margine, alla Bce).

Gli investitori si chiedono però quello che potrà accadere non tanto dopo la tornata elettorale – i governi nazionali preoccupano sempre meno i “mercati” come testimoniano il caso spagnolo, quasi da due anni senza governo e con Borse e bond su livelli molto alti, e quello tedesco, con il Dax 30 che ha toccato i record mentre proprio si faceva fatica a formare una maggioranza nell'esecutivo – ma soprattutto dopo che la Bce interromperà il piano di sostegno sui titoli di Stato dell'Eurozona.

Ed è questo il motivo per cui in questo momento a parte la Bce, gli investitori istituzionali stanno alleggerendo il portafoglio di BTp.

Se non ci fossero quindi le famiglie probabilmente i rendimenti attuali – che già vedono l'Italia superata da Portogallo e Spagna e all'ultimo posto nell'Eurozona esclusa la Grecia – sarebbero probabilmente più alti. Questo perché per i “mercati” pesa molto di più avere un elevato debito pubblico che non detenere il corrispettivo credito privato nei portafogli delle famiglie.

www.twitter.com/vitolops

© Riproduzione riservata