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Azioni, bond, case: come andranno i mercati nei prossimi…

borse e lungo periodo

Azioni, bond, case: come andranno i mercati nei prossimi trent’anni?

Olycom
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Già è difficile fare previsioni a un anno, come dimostra l’esperienza del 2017 quando le stime delle grandi banche d’affari furono ampiamente superate dalla realtà nel giro di pochi mesi: ha senso provare a lanciarsi in un pronostico su scala trentennale? Schroders ci ha provato in uno studio appena redatto (“30 years return forecasts 2018-47”) in cui prova a gettare un fascio di luce sull’andamento delle principali asset class da qui al 2047.

Iniziamo dal cash: alla faccia della politica di normalizzazione dei tassi, i ritorni reali (depurati dall’inflazione) resteranno schiacciati sul pavimento, se non addirittura negativi in alcuni casi come quello del Giappone. Gli Stati Uniti e alcuni mercati asiatici garantiranno ritorni positivi sulla liquidità, ma stiamo parlando al massimo di uno 0,9% annuo, deludente perfino per chi è avverso al rischio.

I titoli di Stato trentennali in generale riusciranno a sovraperformare la liquidità, ma con performance comunque non certo esaltanti (e nel caso del Giappone anche in questo caso negative). Secondo gli analisti di Schroders le valutazioni dell’obbligazionario considerato “porto sicuro” restano poco attraenti e daranno ritorni bassi, nonostante il recente aumento dei tassi. Il Treasury statunitense dovrebbe garantire un ritorno reale medio annuo dell’1,8%, ma già i titoli di Stato tedeschi e i Gilt britannici sono destinati a precipitare a uno 0,9% reale.

Quanto all’inflazione, secondo la ricerca resterà sotto controllo, con le banche centrali che riusciranno a raggiungere i loro target, a eccezione di quella giapponese, che faticherà a mantenere il livello del 2% su basi sostenibili.

L’asset con il miglior potenziale nei prossimi trent’anni resta l’azionario, con ritorni che la ricerca definisce «attraenti sia sotto il profilo reale che nominale»: a brillare nei prossimi trent’anni dovrebbero essere le small cap britanniche (+6,4% medio annuo reale), i mercati emergenti (5,9%) e l’area del Pacifico (5,4%, Giappone escluso). L’azionario emergente resta comunque maggiormente esposto a periodi di crisi rispetto a quello del mondo sviluppato, «con ritorni più generosi che compensano una maggior volatilità e cali più accentuati nelle fasi di correzione».

Su un orizzonte trentennale, il ritorno medio annuo realedell’azionario dovrebbe secondo Schroders aggirarsi intorno al 4,2% nell’eurozona, al 3,2% negli Stati Uniti (percentuale che sale al 4,5% per le small cap Usa), al 3,3% in Giappone e più in generale intorno a un 3,8% globale (pari a un 5,9% nominale meno un’inflazione del 2,1%).

Quanto agli immobili messi a reddito, ossia affittati, i ritorni restano incerti per le quotazioni elevate raggiunte dal mattone. Nondimeno, la ricerca parla di ritorni medi annui nominali del 5,2% nel Regno Unito e del 5,4% in Europa, dalle quali però va tolta un’inflazione di circa l’1,8% medio nel Vecchio Continente (il 2,2% in Gran Bretagna). Il risultato in termini reali è inferiore a quello dell’azionario, che probabilmente è destinato a mantenere la palma di miglior asset class anche nei prossimi trent’anni.

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