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Tim, sullo scorporo della rete la parola a Vivendi

DOPO L’OK DEL MISE

Tim, sullo scorporo della rete la parola a Vivendi

(Bloomberg)
(Bloomberg)

Sullo scorporo della rete Amos Genish ci mette la faccia. È da quando Telecom Italia è stata privatizzata che si parla di separare la dorsale delle Tlc, ma finora tutti i tentativi non sono mai andati in porto, vuoi perché calati dall'alto, vuoi perché i tempi non erano maturi. Questa volta l’ad di Telecom ha dapprima tastato il terreno con l’Agcom e ha poi ottenuto il benestare del titolare del Mise, Carlo Calenda. Ora lo aspetta il vaglio del board, dove si capirà se l’iniziativa convincerà anche l’azionista di riferimento Vivendi, rappresentato al vertice nel consiglio della compagnia. «L’obiettivo è di portare la proposta al cda del 6 marzo», ha detto Genish uscendo ieri dall’incontro con Calenda, accompagnato dal direttore degli affari istituzionali Francesco Russo, dal capo delle strategie Mario Di Mauro, dal responsabile degli affari regolamentari Cristoforo Morandini e dal cfo Piergiorgio Peluso.

Calenda, feedback «molto positivo» alla proposta
Il progetto, pare già ben dettagliato, è ancora sulla carta. Ma i passaggi sono stati

confrontati al tavolo tecnico con l’Agcom e Calenda ha dato un «feed-back molto positivo» alla proposta, che ha già incassato il gradimento della Borsa, dove il titolo si è mosso in rialzo del 5,97% per chiudere a 0,721 euro. In sostanza si tratta di conferire a una società ad hoc la rete d’accesso, nell’accezione ampia che va dalla centrale all’utente finale. Una dorsale che per oltre il 70% è già in fibra ottica e che è in carico, nel bilancio del gruppo, a 14-15 miliardi. Comprensibile la reazione del mercato, visto il valore dell’asset è pari a tutta quanta l’intera capitalizzazione di Telecom, che oltretutto per la metà riflette semplicemente i prezzi di Borsa delle quote in Tim Brasil e in Inwit. Alla società della rete, controllata almeno inizialmente al 100% da Telecom, dovrebbe essere trasferito anche il personale che attualmente lavora sull’infrastruttura e cioè circa 20mila addetti. Un posto all’interno del board sarà riservato a un consigliere designato dall’Agcom, che avrà anche il compito di sorvegliare il rispetto delle regole.

Il modello British Telecom
La separazione societaria, che offre trasparenza contabile, avrà l’effetto di

rafforzare i presidi sulla neutralità della rete, assicurando parità d’accesso a tutti gli operatori che la utilizzano, e delimiterà meglio il perimetro delle attività strategiche ai fini del golden power, come è già per Sparkle e Telsy che sono due Spa all’interno del gruppo. In pratica, si tratterà di un modello più avanzato di quello adottato da British Telecom con la separazione funzionale di Open Reach, che è una divisione autonoma, ma non ancora una società. «È un passo gigantesco nel quadro regolatorio italiano, che ne farà il miglior modello in Europa sulla separazione», ha sottolineato ieri l’ad di Telecom.

Il percorso, comunque, è ancora lungo. Se otterrà il via libera dal consiglio Telecom, partirà la pre-notifica all’Agcom ai sensi dell'articolo 50 ter del codice delle comunicazioni. Gli uffici dell'Authority dovrebbero valutare l'esistenza dei presupposti per la separazione volontaria della rete, informandone la Commissione che alla fine deciderà, non prima però che sia completata l’analisi di mercato a giugno-luglio. Da quel momento ci vorranno 6-12 mesi per realizzare lo scorporo e rendere la società operativa. L’eventuale quotazione in Borsa e l’eventuale aggregazione con Open-Fiber (joint Cdp-Enel) potranno essere step successivi, motivati esclusivamente da logiche di business che potrebbero però sposarsi con le esigenze del Paese di evitare duplicazioni e di dotarsi di una rete moderna.

Le ipotesi di una «fase 2»
Il Governo intanto incassa un primo risultato. Poi, dopo il cda e dopo le elezioni politiche, si potrà capire quali margini ci sono per un’eventuale “fase 2”. Anche ieri, dopo le dichiarazioni ufficiali post-incontro, Calenda ha confidato ai suoi collaboratori di ritenere ancora valida la preferenza per una quotazione del nuovo veicolo societario e una successiva creazione di un’unica società delle reti con Open Fiber. Si farà? Ci sarà spazio anche per un soggetto pubblico come la Cassa depositi e prestiti? Tante le variabili in gioco, a partire dalla composizione del prossimo esecutivo. Una curiosità: Francesco Caio, il consulente di Palazzo Chigi che sta lavorando al dossier con Calenda, ieri presente all’incontro, aveva già disegnato uno scenario simile per due volte, nel 2009 come esperto per l’allora ministro delle Comunicazioni Paolo Romani (centro-destra), e nel 2014 come commissario per il Digitale nel Governo di “larghe intese” guidato dal premier Enrico Letta del Pd.
Calenda ha parlato di «un dato epocale: di questa cosa si parla in Italia da vent’anni e per la prima volta c’è un piano razionale e articolato che prevede la societarizzazione della rete».

Le contropartite regolamentari
Se il progetto sarà approvato, si entrerà nel vivo inserendo nella partita anche le possibili contropartite regolamentari delle quali Tim discuterà con l’Authority per le comunicazioni. Ieri non si è parlato, ha poi aggiunto Calenda, del ricorso presentato da Tim al Capo dello Stato contro l’esercizio dei poteri speciali del Governo (golden power). Né si sarebbe parlato delle valutazioni dell’Esecutivo sull’effettiva applicazione della sanzione per la mancata notifica del cambio del controllo da parte di Telecom, nell’ordine dei 300 milioni prendendo alla lettera la normativa (minimo dell’1% del fatturato Tim-Vivendi). A quanto risulta, l’Avvocatura dello Stato ha fornito il suo parere, lasciando pochi margini per ridurre o annullare la multa ma, tuttavia, senza dirimere del tutto la complessa questione giuridica. Entro questo mese però il ministero dovrebbe sciogliere il rebus. Ci sono ulteriori valutazioni sulla possibilità di un’interpretazione “soft” della norma forzando - è un’ipotesi - sul concetto di fatturato relativo alle attività strategiche coinvolte.

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