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pechino sfida brent e wti

Arriva il greggio a prezzi «cinesi» (ma il petroyuan resta una chimera)

Il petrolio dalla prossima primavera avrà anche un riferimento di prezzo cinese, che ambisce a fare concorrenza a Brent e Wti. Entreranno in contrattazione il 26 marzo i nuovi future sul greggio della borsa di Shanghai, i primi in Cina a poter essere scambiati anche da soggetti stranieri: un traguardo che la Repubblica popolare rincorreva da un quarto di secolo e che rappresenta un passo cruciale nella strategia per affermare lo yuan come valuta internazionale.

Il progetto era stato tentato una prima volta nel 1993, ma era fallito nel giro di pochi mesi, perché i contratti non erano riusciti ad attirare sufficiente liquidità. Oggi il mondo è cambiato.

I consumi energetici della Cina sono cresciuti enormemente in parallelo allo sviluppo della sua economia e Pechino ha da poco strappato agli Stati Uniti il primato mondiale nelle importazioni di greggio: nel 2017 ha acquistato all’estero una media di 8,42 milioni di barili al giorno, a gennaio di quest’anno ha battuto ogni record con 9,61 mbg.

Nel frattempo lo yuan un paio d’anni fa è entrato nel paniere delle valute di riserva del Fondo monetario internazionale (Fmi), anche se non è ancora del tutto libero di fluttuare come le altre maggiori divise.

Il debutto dei future cinesi sul petrolio era stato dato più volte per imminente più volte negli ultimi cinque anni, ma il piano si era ripetutamente arenato, talvolta per lungaggini autorizzative, altre volte, in fasi di turbolenza dei mercati, per motivi di opportunità.

Ieri l’annuncio ufficiale della quotazione, da parte della China Securities Regulatory Commission (Csrc), anche se il periodo attuale è tutt’altro che tranquillo. I listini cinesi non sono stati risparmiati dal crollo che ha travolto le borse di tutto il mondo, il cambio dello yuan ha subito il peggiore tonfo dal 2015 e il petrolio stesso sta andando a picco: ieri ha perso quasi il 4%, chiudendo sotto 63 $ nel caso del Brent e sotto 59 $ nel caso del Wti.

L’autorità di mercato cinese ha ha confermato gran parte delle anticipazioni sulle caratteristiche dei futures. I contratti saranno denominati in yuan, ma i margini di garanzia potranno essere anche versati in dollari, per agevolare la partecipazione di soggetti stranieri, elemento chiave per attirare liquidità.

È prevista la consegna fisica, di greggi medium-sour, ad alto contenuto di zolfo, come quelli di impiego prevalente in Asia (Brent e Wti sono invece leggeri e con poco zolfo) .

La quotazione avverrà alla Shanghai International Energy Exchange (Ine), nella zona franca della metropoli cinese, borsa che fa capo alla Shanghai Futures Exchange (Shfe), borsa che è ormai un punto di riferimento ormai affermato per le materie prime: molti metalli attirano volumi di scambio superiori a quelli del London Metal Exchange e l’andamento dei prezzi esercita una forte influenza su quest’ultimo.

Nel caso del petrolio, nonostante tutte le speculazioni sul possibile avvento del petroyuan, non sarà facile raggiungere risultati analoghi.

La Cina assorbe metà dell’offerta mondiale di metalli non ferrosi, ma rappresenta solo il 10% circa dei consumi petroliferi globali. E le compravendite di greggio, ovunque nel mondo, avvengono in dollari:  vengono prezzati con una valuta diversa soltanto 300-350mila bg su un totale di 82,2 mbg scambiati a livello internazionale, stima Société Générale.

Scalfire il predominio del biglietto verde non sarebbe possibile senza il consenso dei maggiori produttori petroliferi: qualcuno, come la Russia o l’Iran, potrebbe anche collaborare, ma è improbabile che l’Arabia Saudita e gli altri Paesi del Golfo Persico si lascino convincere, almeno finché le loro valute resteranno indicizzate al dollaro.

Anche la concorrenza ai benchmark più affermati – Brent e Wti – appare una sfida almeno per ora quasi impossibile. Per vincerla il future cinese dovrebbe non solo attirare una enorme liquidità, ma anche la partecipazione attiva di molti operatori stranieri. Banche, fondi, società di trading e compagnie petrolifere difficilmente però si butteranno a capofitto, quanto meno finché il Governo cinese non abbandonerà il piglio interventista sui mercati ed eliminerà i controlli sui flussi di capitale.

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