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Contendibilità non è più un obbligo

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Contendibilità non è più un obbligo

  • –Alessandro Plateroti

Per oltre 20 anni, il mercato finanziario e il sistema industriale italiano sono stati oggetto di studi e di critiche per due caratteristiche peculiari: il monopolio bancario sul mercato del credito e dei capitali da un lato, l’incidenza del capitalismo relazionale e della concentrazione proprietaria delle imprese dall’altro. Sul primo fronte, le regole europee hanno sicuramente cambiato le regole del gioco, limitando drasticamente i margini discrezionali delle banche nella concessione del credito per gli investimenti: rivolgersi al mercato dei capitali sta diventando la normalità per le piccole, le medie e le grandi aziende. Sul secondo fronte, il discorso è invece più complesso: se da un lato stanno gradualmente sparendo dalla scena il modello di capitalismo relazionale, il ricorso ai patti di sindacato, alle scatole cinesi e alle strutture di controllo piramidale o orizzontale, dall’altro lato ben poco è cambiato: le famiglie industriali restano non solo la spina dorsale del sistema economico italiano, ma anche il fulcro del controllo accentrato sul capitale delle imprese, quotale e non. In questo senso, i dati del nuovo rapporto sulla Corporate Governance della Consob, Borsa Italiana e Assonime (riunite nel Comitato per la Governance) confermano uno scenario su cui è bene riflettere. La resistenza degli imprenditori a collocare sul mercato quote significative di capitale delle imprese, per esempio, è stata spesso criticata come un grave limite culturale. Oggi potrebbe essere legittimo cominciare a pensare il contrario: la mancanza di contendibilità delle imprese in un mercato finanziario dominato dai colossi cinesi, russi, arabi e americani rappresenta infatti un argine alle scalate ostili e alla volatilità dei mercati. Per molti investitori istituzionali, comincia addirittura a rappresentare una garanzia di efficienza e correttezza della gestione e della proprietà, soprattutto in un’epoca in cui il modello della public company è stato al centro di scandali e abusi ai danni dei risparmiatori. In Italia, la coesistenza a Piazza Affari di un nucleo forte e ben rappresentato di imprese industriali private e di grandi aziende pubbliche sembra garantire la stabilità e la sicurezza che investitori e risparmiatori pretendono da un mercato efficiente.

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