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Petrolio Usa alla conquista del mondo con navi giganti e un aiuto dalla Cina

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esportazioni in crescita

Petrolio Usa alla conquista del mondo con navi giganti e un aiuto dalla Cina

(Reuters)
(Reuters)

Lo shale oil americano potrà presto prendere il largo a bordo di maxipetroliere, capaci di trasportare due milioni di barili di greggio in un solo viaggio: una novità assoluta che promette di rafforzare ulteriormente gli Stati Uniti come superpotenza energetica.

Finora nessun porto del Paese aveva acque abbastanza profonde e strutture adeguate per accogliere questi giganti del mare, noti nel settore come Vlcc o Very Large Crude Carriers. Ma anche questo “collo di bottiglia” sta per infrangersi. Il Louisiana Offshore Oil Port (Loop), che da oltre trent’anni è il maggiore scalo per le importazioni petrolifere degli Usa, ha ultimato i lavori di ampliamento e sta testando in questi giorni le operazioni di carico di una Vlcc.

Nello specifico si tratta della saudita Shaden, che dopo aver trasportato greggio dal Medio Oriente è stata noleggiata dal maggior trader petrolifero cinese, Unipec (che fa capo a Sinopec).

Un tempo avrebbe probabilmente riattraversato l’Atlantico vuota. In alternativa sarebbe stato necessario caricarla in alto mare, con l’ausilio di navi più piccole per il trasbordo: una procedura lunga e costosa, che in un prossimo futuro potrà essere evitata, con una probabile ulteriore accelerazione delle esportazioni dagli Usa, che hanno già conosciuto una crescita esponenziale: liberalizzate appena due anni fa, hanno raggiunto punte superiori a 2 mbg, forniture paragonabili a quelle del Kuwait, e conquistato clienti in una trentina di Paesi diversi.

Solo grazie al potenziamento del Loop Washington potrebbe riuscire ad esportare 300-350mila bg in più, stima Sandy Fielden di Morningstar.

Miliardi di dollari vengono nel frattempo investiti per rafforzare altre infrastrutture destinate ad agevolare l’export, tra cui oleodotti e serbatoi di stoccaggio. Anche il terminal marittimo di Corpus Christi, in Texas, progetta un ampliamento per poter caricare le Vlcc: un gruppo di dirigenti di società petrolifere ha scritto di recente all’amministrazione Trump per sollecitare un cofinanziamento dell’opera con fondi federali.

Anche gli acquirenti di petrolio «made in Usa» sono interessati ad agevolare il trasporto.Il presidente di Unipec, Chen Bo, ha dichiarato alla Reuters che sta valutando accordi di fornitura di lungo termine con operatori di oleodotti e terminal marittimi, oltre a eventuali joint venture per la realizzazione di nuove infrastrutture per l’export dagli Usa. La società cinese, che è già il maggiore cliente straniero dei frackers americani, punta a raddoppiare gli acquisti a 300mila bg quest’anno.

Il volume delle esportazioni statunitensi finora è stato piuttosto variabile: gli acquisti sono spesso opportunistici, legati all’andamento dei differenziali di prezzo con altre varietà di greggio, in particolare il Brent. Ma in futuro i clienti potrebbero essere fidelizzati, mediante contratti di fornitura simili a quelli proposti dai sauditi e da altri grandi produttori.

Washington del resto si è già conquistata un posto d’onore tra i big del petrolio, arrivando ad estrarre più di 10 mbg tra greggio e condensati, livelli simili a quelli dell’Arabia Saudita e che la mettono in competizione con la Russia per il primato mondiale.

Ieri l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) ha avvertito che l’Opec e i suoi alleati potrebbero perdere la loro sfida a un passo dalla vittoria a causa dello shale oil. Le scorte petrolifere nell’Ocse superano ormai di appena 52 mb la media degli ultimi 5 anni, dopo un ulteriore calo di 55,6 mb a dicembre, il più forte dal 2011. E l’Aie ha alzato ancora le stime sulla domanda, che ora vede crescere di 1,4 mbg nel 2018. Ma lo stesso incremento secondo l’Agenzia potrebbe averlo la produzione Usa, che dopo un drastico taglio dei costi ora gode di una «seconda ondata di crescita straordinaria».

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