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Tim-Open Fiber, sulle reti i dossier avanti in parallelo

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Tim-Open Fiber, sulle reti i dossier avanti in parallelo

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La strada per lo scorporo della rete Telecom Italia è ancora lunga (c’è chi prevede anche un paio d’anni)e non è destinata a intrecciarsi a breve con quella di Open Fiber, con la quale non risultano contatti. Al consiglio Telecom del 6 marzo - già in calendario per l’esame di bilancio e piano industriale - si inizierà a parlare del progetto di separazione volontaria della rete d’accesso - dalla centrale all’utente finale - in una società ad hoc, con circa 20mila addetti e posseduta al 100% da Telecom Italia. Ma, almeno a oggi, non sono previste delibere che si traducano nell’immediato in una prenotifica all’Agcom.

L’Authority delle comunicazioni - alla quale l’ipotesi è già stata illustrata a grandi linee - ha ancora in corso un’analisi di mercato che dovrebbe concludersi a giugno. Per allora si saprà se dalle urne sarà uscita una maggioranza in grado di esprimere un Governo stabile. Fermo restando che già oggi - con diverse sfumature - tutte le forze politiche si sono dette a favore della separazione della rete, mentre Oltremanica si è riacceso il dibattito sul futuro dell’infrastruttura di British Telecom. Secondo indiscrezioni di stampa, Londra vorrebbe accelerare lo sviluppo della fibra con una separazione completa di Open Reach, la divisione autonoma della rete d’accesso tramite la quale si prevede di raggiungere nel 2020 solo 3 milioni di famiglie britanniche con la fibra ottica integrale.

Telecom Italia ha cercato di giocare d’anticipo con una proposta che è stata ben accolta dal ministro dello Sviluppo economico del Governo uscente, Carlo Calenda. Ma il tema è anzitutto tecnico e aziendale. Per valutare costi/benefici del progetto bisognerebbe mettere sul piatto le condizioni regolatorie che già in passato si sono rivelate un ostacolo sul cammino dello spin-off. Giovedì scorso, alla celebrazione del ventennale dell’Agcom, l’ad di Telecom Amos Genish aveva sollecitato l’evoluzione del quadro normativo verso misure a sostegno dell’innovazione e degli investimenti, piuttosto che solo a tutela della concorrenza. Ma la posizione iniziale dell’Agcom - a stare alle parole del presidente Angelo Marcello Cardani - sembra invece essere improntata alla cautela. Cardani, nella stessa occasione, ha parlato di «investimenti ancora insufficienti» per lo sviluppo della banda ultralarga (Telecom, da parte sua, dichiara una copertura al 77% con Fttc e Ftth) e della necessità, per favorire gli investimenti da parte di tutti, di mantenere una «regolamentazione asimmetrica», che, tradotto, significa non lasciare mano libera all’incumbent.

Nel caso della fibra la concorrenza si chiama Open Fiber, la joint Cdp-Enel che ha rilevato Metroweb e che molti vedrebbero in futuro integrarsi con la rete dell’incumbent, anche se l’ad di Enel, Francesco Starace, ha più volte escluso l’ipotesi. Anche Open Fiber - 560 dipendenti e 250 collaboratori fissi a oggi - dovrebbe approvare nella prima settimana di marzo il piano industriale del nuovo ad Elisabetta Ripa. Un passaggio necessario anche per avviare il negoziato per il finanziamento dell’infrastruttura su scala nazionale (con la formula dell’Ftth, fibra fino all’abitazione/ufficio) da realizzarsi entro il 2022. Il projet financing avrà come interlocutori naturali i tre istituti di credito - UniCredit, SocGen e Bnp - che hanno fornito i primi 500 milioni ottenendo in cambio il pegno sulle azioni di Open Fiber. La Bei, da parte sua, avrebbe dato la disponibilità a garantire i finanziamenti bancari fino ad altri 500 milioni. Un percorso parallelo, dunque, dal momento che oltretutto non risultano ancora contatti tra Open Fiber e Telecom, neppure per prenotare l’affitto della rete nelle aree a fallimento di mercato dove lo sfidante ha vinto i bandi Infratel e l’incumbent ha fermato i lavori del progetto Cassiopea.

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