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Golden power, anche Vivendi ricorre

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Golden power, anche Vivendi ricorre

  • –Antonella Olivieri

Dopo Telecom, anche Vivendi ricorre contro il decreto golden power relativo a difesa e sicurezza nazionale. Lo fa, assistita da Filippo Modulo dello studio Chiomenti, nell’ultimo giorno utile per inoltrare il ricorso al Capo dello Stato, una modalità che, a differenza del ricorso al Tar (il termine è stato lasciato scadere senza presentare opposizione) non ammette appello al Consiglio di Stato. Di fatto ad occuparsene sarà sempre la suprema corte amministrativa e, secondo gli addetti ai lavori, ci vorrà un annetto prima di arrivare a sentenza. Il gruppo francese, che ha il 23,9% di Telecom Italia, è intervenuto a supporto della partecipata, che ha già presentato ricorso a gennaio. L’iniziativa è stata presentata come una “mossa tecnica”, non in polemica col Governo col quale si vuole mantenere un rapporto costruttivo, ma in qualche modo è un atto dovuto in qualità di socio, che a sua volta ha azionisti a cui rispondere.

La posizione di Vivendi, in effetti, è diversa da quella di Telecom. La media company transalpina non è tenuta a riorganizzare la sua struttura per adempiere alle prescrizioni del decreto e non rischia la multa, come la partecipata, per la tardiva notifica del cambio di controllo. Il punto è che per la prima volta è stato affermato che Telecom Italia è società “sensibile” ai fini della difesa e della sicurezza nazionale al pari, per capirsi, di Leonardo, Fincantieri o Avio. Era dato per assodato che l’incumbent delle tlc potesse ricadere sotto l’articolo 2 della legge sul golden power (asset di rilevanza strategica per gli interessi nazionali) che però non impone obblighi di notifica ai soggetti comunitari (alla società sì, nell’interpretazione data dal Governo nell’esercizio dei poteri speciali). Ma non si era invece mai presentato il caso di applicazione a Tim dell’articolo 1, che vale nei confronti di tutti quegli investitori che dovessero rilevare quote azionarie superiori alle soglie informative Consob. Un cambiamento di non poco conto perchè, in teoria, se un fondo superasse il 5% nella compagnia telefonica dovrebbe notificare l’investimento al Governo. Nel caso in cui Vivendi dovesse decidere di uscire da Telecom, poi, certamente non avrebbe mani libere nella scelta dell’interlocutore, che di fatto dovrebbe essere gradito a Roma. È evidente che il valore dell’investimento ne risente. È come se si fosse acquistato un immobile libero, per ritrovarselo poi gravato da una servitù di passaggio.

Tutto ciò lascia prevedere che Vivendi dovrà andare fino in fondo al ricorso e non lo ritirerà, come invece potrebbe fare Telecom se riuscirà a trovare una soluzione condivisa per l’implementazione delle prescrizioni, che pongono una serie di questioni ancora da chiarire. Per esempio su come si debba configurare il rapporto col funzionario del Dis chiamato a dirigere un’unità organizzativa autonoma - ma dotata di personale aziendale - per presidiare le aree “sensibili”. Anche il perimetro è ancora da definire. Telecom, nel piano presentato a fine dicembre, ne ha dato un’interpretazione restrittiva, cioè limitata alle attività collegate alla sicurezza. Ma il decreto - efficace a prescindere dal ricorso - parla più in generale di Sparkle e Telsy, che sono due Spa interamente controllate, e della stessa Telecom pur facendo riferimento in più punti alla strategicità della rete di tlc.

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