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Alfa o Beta? Ecco chi ha battuto la crisi

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Alfa o Beta? Ecco chi ha battuto la crisi

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Attenzione a togliere la parola “rendimento” dal mercato. Anni di tassi a zero, con liquidità abbondante garantita dalle banche centrali, hanno spinto gli investitori a cercare di remunerare il capitale investito in ogni dove. Un’alternativa è stata trovata nello speculare sulla volatilità, che da molti mesi si manteneva bassa sui mercati e che ha portato diversi fondi a operare anche a leva su quello che a Wall Street viene definito l’indice dalla paura. Tutto bene, tutto in rialzo, nessuna paura all’orizzonte e tutto sembrava funzionare, fino a qualche giorno fa, quando sono bastate due notizie, il rialzo dei salari in Germania e negli Stati Uniti, per far temere agli investitori che le banche centrali potessero togliere il loro scudo dai mercati prima del dovuto. Il panico ha travolto tutti i listini. Stop loss forzati e algoritmi hanno poi accelerato la caduta. Solo lunedì 5 febbraio, l’indice S & P 500 ha ceduto il 4,1%, la più grande contrazione dall’agosto 2011. Lo stesso giorno, l’indice Vix ha registrato un rialzo del 116%: la variazione più alta mai avuta su base percentuale.

Molti investitori si stanno leccando le ferite ma altri invece ringraziano i loro gestori per come hanno saputo gestire il portafoglio. Chi ha avuto la giusta lungimiranza? Le gestioni attive, quelle accusate spesso di essere costose per l’offerta del tanto decantato fattore alfa, o le gestioni passive, capaci a costi ridotti di replicare gli indici azionari o obbligazionari? Facendo la mediana (il valore intermedio fra gli estremi) tra fondi attivi e Etf, notiamo che in questi giorni i primi si sono comportati meglio rispetto ai secondi. Dal 26 gennaio all’8 febbraio i fondi azionari internazionali, di fronte ad un indice delle borse mondiale che ha perso il 9% (l’indice Msci International World), hanno perso il 5,53% contro il 6,32% lasciato dagli Etf di pari categoria.

Ma non sempre è così. Se osserviamo la performance a 10 anni degli stessi Etf, questi hanno realizzato il +7,6%, contro il +5,6% dei fondi. «Nell'utimo decennio – sottolinea Fabio Brambilla di Controlfida - oltre il 75% dei fondi attivi sono stati battuti dal benchmark. Il track record dei fondi attivi rimane il miglior predittore delle performance future ma non è garanzia anno su anno». A quale gestione affidarsi allora? «Entrambe le gestioni, attive e passive, hanno i loro pro e contro, altrimenti - dice Thomas Friedberger di Tikehau - una avrebbe già ucciso l'altra. Le attive devono essere capaci di non essere replicabili con prodotti beta puri, altrimenti sono inutili. In contesti di mercato toro con bassa volatilità, sono penalizzate le strategie attive. Mentre le correzioni del mercato, come quella di inizio febbraio, con più volatilità consentono ai buoni gestori attivi di sovraperformare». Alberto Gallo di Algebris, ricorda che le banche centrali, iniettando liquidità nel sistema hanno in questi anni, di fatto, anestetizzato il rischio sui mercati ma ora che i rubinetti si stanno per chiudere, lo scenario sarà più complesso. «Gestioni attive e gestioni passive sono complementari tra di loro - aggiunge Brambilla - ma quella attiva è in grado di assorbire meglio le situazioni di shock sui mercati, soprattutto nel breve periodo.

E soprattutto ora dove oltre il 60% delle contrattazioni è fatto da algoritmi, tarati su 15 mesi di ininterrotto rialzo dell'S&P e con una bassa volatilità. In un contesto con maggior volatilità (al rialzo e al ribasso) una maggiore capacità di stock picking dovrebbe premiare le gestioni attive». La capacità di reagire rapidamente - sottolinea ancora Friedberger - «di scegliere la strategia di copertura più adatta e di essere contrarian fanno la differenza». Una differenza che, chi si vanta di avere l'”alfa”, ha il dovere di saper garantire. Soprattutto viste le forti posizioni ribassiste ancora presenti sul mercato. Bridgewater, il più grande hedge fund al mondo, ha appena registrato nuove posizioni corte nei confronti del'Europa per 14,4 miliardi (2,78 miliardi verso l'Italia). Questo conferma che c'è una parte del mercato che si aspetta ancora volatilità e che l'Europa, pur sottovalutata, potrà essere la parte più vulnerabile.

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