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Il produttore di chitarre e bassi Gibson a rischio bancarotta

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Lo storico marchio di Nashville

Il produttore di chitarre e bassi Gibson a rischio bancarotta

Pete Townshend degli Who e la sua Gibson Les Paul. (Afp)
Pete Townshend degli Who e la sua Gibson Les Paul. (Afp)

Il mondo della musica rock è un mondo di sfide. Beatles, The Rolling Stones, The Who per i gruppi –non ce ne vogliano i “modernisti”, ma le tre più grandi icone sixties UK sono quelle- Fender, Gibson e Rickenbacker per le chitarre e i bassi. In ordine di notorietà, non certo di qualità: ogni rocker che si rispetti ha le sue preferenze.
Eppure, anche i miti possono soffrire. È quello che sta succedendo a Gibson: la società di Nashville, Tennessee, rischia di fare presto bancarotta. Nonostante l'ancora robusto fatturato annuo di un miliardo di dollari, il produttore della mitica Les Paul e di altre decine di modelli di chitarre elettriche e bassi utilizzati da rocker, jazzisti, musicisti blues e country in tutto il mondo si trova in pessime acque. Come riporta il Nashville Post, la società è strozzata dai debiti: dovrà ripagare da qui a sei mesi un prestito obbligazionario di 375 milioni di dollari e, il 23 luglio, le banche creditrici richiederanno indietro un altro prestito, per 145 milioni di dollari. Insomma, la parola che gira ormai da qualche tempo è di quelle drammatiche: bancarotta.
Il direttore finanziario della società Bill Lawrence, in carica da solo un anno, si è dimesso. Difficile trovare ulteriori finanziamenti per riuscire a proseguire l'attività, nonostante la società si sia rivolta alla banca di investimenti Jefferies per ottenere un po' di ossigeno. Tempi durissimi rischiano di arrivare presto. Per il proprietario e Ceo, Henry Juszkiewicz, le opzioni, a questo punto, sono poche. Secondo Kevin Cassidy, senior credit officer presso Moody's Investors Service, sentito dal Nashville Post, le strade possibili sono tre: ottenere un ulteriore prestito per ripagare quelli in scadenza, la vendita di una sostanziosa parte del capitale in possesso dello stesso Juszkiewicz o il fallimento.

La prima strada appare però difficile da percorrere: bisogna trovare dei creditori disposti a investire. E il momento non è certo dei migliori: lo scorso giugno, una inchiesta del reporter Geoff Edgers del Washington Post ha rivelato che il mercato delle chitarre elettriche, main business di Gibson, è in contrazione. Le vendite in 10 anni sono passate da 1,5 milioni di unità annue a poco più di un milione, mentre la onnipresente Moody's lo scorso aprile ha declassato il rating della più grande catena di vendita al dettaglio dedicata degli Stati Uniti, Guitar Center, che ha debiti per 1,6 miliardi di dollari. Mentre i rivenditori online offrono strumenti di marca a prezzi mensili bassissimi, impensabili solo fino a qualche anno fa.

La crisi del settore è quindi pressoché globale e coinvolge anche gli altri produttori, ma è Gibson che in questo momento sembra subirne le conseguenze più gravi. Poco possono fare le ultime misure adottate, come la vendita del marchio di pianoforti e strumenti a tastiera di proprietà Gibson, la Baldwin, che ha fruttato però solo 6,4 milioni di dollari. O la dismissione di immobili, come il Valley Arts Building, che potrebbe portare in cassa altri 11 milioni di dollari, ma che è in questo momento ferma per cause legali. Si tratta di numeri troppo bassi per cambiare la situazione. Che, ha sottolineato ancora Cassidy, rimane critica: «Sarà necessario ristrutturare la società in qualche modo».

La “trinità chitarristica”: Fender, Gibson, Rickenbacker
Il marchio Gibson è legato a grandissimi nomi della chitarra elettrica. Basta citarne quattro: BB King (le sue mitiche “Lucille”, modelli ES-345 e ES-355, semiacustiche), Jimmy Page dei Led Zeppelin (Les Paul), Steve Hackett (Genesis, sempre Les Paul) e Angus Young degli AC/DC (Gibson SG, in Italia conosciuta come “Diavoletto”). Ma gli esempi sono centinaia, e un altro sentiamo il dovere di ricordarlo non per la sua perizia tecnica ma per la sua unicità: Pete Townshend degli Who.
Se vogliamo confrontare il sound Gibson rispetto a quello degli altri due produttori della “trinità”, e generalizzare un po’, forse l’aggettivo giusto è “smooth” (liscio). Mentre il suono Fender ci piace immaginarlo come “sharp” (tagliente) e quello Rickenbacker come “rough” (ruvido). Generalizzazioni sì, ma si sa che il rock è roba semplice e un po’ grezza, e le generalizzazioni le ama. E se venisse a mancare qualcosa di “smooth” nella musica, ne sentiremmo molto la mancanza.

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