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Più peso ai fondi, in Borsa sale la voglia di «ribaltone»

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riassetti a piazza affari

Più peso ai fondi, in Borsa sale la voglia di «ribaltone»

Agf
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L’offensiva del fondo Elliott su Tim, per ribaltare gli equilibri in consiglio di amministrazione e incidere sulla governance, arriva a pochi giorni di distanza da quella del fondo Capital Management su Carige per chiedere l’ingresso di propri rappresentanti nel board (richiesta per ora rifiutata). Due iniziative diverse - sia per le dimensioni che per il precedente track record dei due fondi - ma destinate a dare uno scossone a Piazza Affari. Nè Tim nè Carige possono essere considerate due classiche public company, avendo in entrambi i casi un azionista di rilievo (Vivendi e Malacalza Investimenti) che però non ha il controllo della società e dove la maggioranza assoluta è sul mercato, frazionata tra migliaia di fondi d’investimento o piccoli azionisti privati.

In Italia i fondi attivisti sono alla prima vera comparsa in grande stile, se si escludono le recenti puntate di Elliott su Ansaldo e quelle più datate di Knight Vinke su Eni e di Amber Capital su Parmalat. Ma a Wall Street negli ultimi 5 anni, complice la tendenza al rialzo delle azioni, sono stati numerosi i casi di battaglie condotte dai fondi attivisti per ribaltare la governance di grandi public company. E nel 2017 i fondi hanno dilagato anche in Europa.

L’iniziativa di Elliott su Tim avvierà una nuova fase anche in Piazza Affari, dove sta per partire la campagna assembleare? Si vedrà nelle prossime settimane che ruolo intenderanno giocare i fondi nelle varie società, anche pubbliche o partecipate dallo Stato. Quello che è certo è che il caso di Elliott, che comprando una quota del 5% punta poi a coagulare il 40-50% in mano ai fondi, è destinato a fare scuola in tutte le public company quotate in Borsa. È soprattutto il caso delle ex banche popolari che si sono trasformate in società per azioni e che, non avendo strutturalmente azionisti di controllo, stanno vedendo la formazione di nuclei stabili di azionisti. Da Ubi a BancoBpm, da Bper a Creval, l’assetto azionario è tale per cui un investitore come Elliott potrebbe acquistare una quota del 5-10% e proporre una lista di maggioranza puntando sull’appoggio del 40-50% del capitale in mano ai fondi d’investimento, ormai diventati azionisti di maggioranza anche nelle ex popolari.

Esistono precedenti in Italia di attivismo di invesitori nei confronti di società quotate per cambiarne la governance? La storia consegna agli archivi solo casi, anche clamorosi, ma gestiti da soggeti italiani. E sovente mirati a regolamenti di conti interni al piccolo mondo antico del capitalismo italiano piuttosto che alla governance e alla redditività delle aziende coinvolte. E’ il caso della grande «finta-scalata» a Generali del 2003 delle maggiori istituzioni finanziarie italiane (da UniCredit a Intesa fino a Mps e alle banche piccole e medie) che l’allora Governatore di Bankitalia Antonio Fazio scatenò per cambiare la governance di Mediobanca (azionista di riferimento di Generali), costringendo alle dimissioni l’allora amministratore delegato di Piazzetta Cuccia Vincenzo Maranghi. Un ”attivismo” all’italiana, da prima repubblica, difficilmente catalogabile come un vero intervento da investitori istituzionali e più probabilmente da inquadrare in una resa dei conti interna tra piccoli “potentati” italiani.

Un quadro simile, anche se in scala minore, riapparve pochi mesi dopo - tra il 2004 e l’inizio del 2005 ma agganciata alla battaglia su Mediobanca-Generali - su Bnl con l’ingresso nel capitale degli immobiliaristi d’assalto (Ricucci, Coppola e Statuto) in opposizione ai soci del patto di sindacato pre-esistente.

Sempre e solo italiano anche il contesto della sfida per il controllo della governance della Banca Popolare di Milano che, nel 2011, ha visto contrapposti due fondi di private equity: la Investindustrial di Andrea Bonomi e la Sator di Matteo Arpe. Uno scontro giocato piùà sulle deleghe di voto che sulle quote azionarie. A soli sette anni di distanza, un duello che appare rusticano rispetto alle regole di ingaggio con cui si muove oggi il fondo Elliott.

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