Finanza & Mercati

Conti in tasca alle famiglie. BTp (e altri attivi) alla prova dei …

  • Abbonati
  • Accedi
piccoli risparmiatori

Conti in tasca alle famiglie. BTp (e altri attivi) alla prova dei rialzi dei tassi

(Agf Creative)
(Agf Creative)

Il 30 settembre non è poi così lontano ed è una data importante per tutti gli investitori, comprese le famiglie italiane. L’altra faccia del debito pubblico elevato dell’Italia è l’elevato credito privato (il debito di qualcuno, in questo caso lo Stato, è sempre il credito di qualcun altro, in questo caso famiglie, banche, assicurazioni, ecc.). Se parliamo di famiglie questo credito privato è piuttosto elevato. Stando alle ultime tabelle statistiche di Bankitalia (relative al terzo trimestre del 2017) le famiglie italiane hanno in pancia 120,5 miliardi di titoli di Stato a medio lungo termine (BTp in sostanza) a cui sommare 1,6 miliardi di titoli di Stato a tasso variabile (CcT). Questi 122,1 miliardi (erano 121,7 a inizio 2017) rappresentano il 5,5% dell’attuale ammontare del debito pubblico (2.256 miliardi) oppure il 6,3% del controvalore dei titoli di Stato in circolazione (1.927 miliardi).

L’attivo finanziario delle famiglie italiane - il più elevato d’Europa e questa è ancora una volta l’altra faccia dell’elevato debito pubblico - ammonta a circa 4.300 miliardi. Di questi circa 1.000 miliardi sono investiti in assicurazioni, circa 1.000 in “azioni e altre partecipazioni”, oltre 500 miliardi in fondi comuni, 325 miliardi in titoli obbligazionari (di cui 122 in titoli di Stato). E poi c’è una fetta assolutamente non trascurabile di quasi 1.400 miliardi fermi sui conti correnti (sotto forma di liquidità, depositi, depositi a vista).

Il 30 settembre, dicevamo, è una data significativa. Perché la Banca centrale europea allora interromperà con ogni probabilità gli acquisti di titoli di Stato dell’Eurozona, italiani compresi (attualmente ne detiene 363 miliardi, ovvero il 16% del debito pubblico). La Bce, sia chiaro, non abbandonerà sul mercato i titoli fin qui acquistati (perché ha annunciato che continuerà a reinvestire gli importi dei titoli che andranno in scadenza). Tuttavia è evidente che offrirà un bel taglio in termini di nuovi acquisti, calcolato in almeno 5 miliardi al mese a svantaggio dell’Italia.

Questa mossa si inserisce in un percorso di potenziale rialzo dei tassi. L’attuale governatore Mario Draghi ha più volte ribadito che «i tassi resteranno bassi a lungo» ma bassi può comunque voler dire 50-100 punti base in più rispetto agli attuali che vedono il costo del denaro nell’Eurozona pari a 0 e il tasso sui depositi (delle riserve delle banche private in Banca centrale ) ancora negativo (-0,4%).

L’Eurozona (e quindi la Bce) non sembra avere al momento la forza degli Stati Uniti (e quindi della Fed) che stanno facendo sul serio nel percorso di uscita dalle politiche espansive. Da dicembre 2015 gli Usa hanno alzato il costo del denaro cinque volte (fra pochi giorni arriverà il sesto) ma nonostante questo la crescita del Pil non ne risulta compromessa. Se invece la Bce portasse domani, per ipotesi, il costo del denaro da 0 all’1,5% (come gli Usa) l’Eurozona potrebbe reggere meno bene l’onda d’urto di questa stretta.

Se per la stessa ipotesi i tassi dei BTp salissero di 150 punti base per i possessori (che non intendano portarli a scadenza) ci sarebbe una perdita shock. Ricordiamo infatti che rendimenti e prezzi di un’obbligazione si muovono al contrario: quando salgono i tassi (rendimenti) i prezzi scendono. Come ha calcolato Maximilian Cellino, la durata media finanziaria dei bond del Tesoro presenti sul mercato e con scadenza superiore a un anno è infatti pari a 6,78 anni, mentre il rendimento è dell'1,31 per cento. Un eventuale aumento dei tassi di 100 punti base farebbe evaporare quanto in genere si guadagna in circa cinque anni.

Ecco perché le famiglie italiane, tanto nel dover gestire le attività finanziarie in essere quanto nel dover calibrare eventuali nuovi investimenti (non sarebbe una cattiva idea dato che tenendo in banca fermi 1.400 miliardi ogni anno perdono tra 10 e 15 miliardi di potere d’acquisto complice la pur bassa ma presente inflazione) dovranno tener conto nei prossimi mesi della fine del quantitative easing della Bce. A cui seguirà, nel 2019 (quando ad ottobre scadrà il mandato di Draghi) l’incognita della successione alla guida della banca centrale. Se il nuovo governatore sarà tedesco (scenario più probabile) non è da escludere che i rialzi dei tassi possano procedere più rapidi di quanto oggi previsto.

L’unico appiglio per il piccolo risparmiatore è sperare che l’inflazione non salga troppo. A fronte di aspettative di inflazione molto basse qualsiasi banca centrale (pur a trazione tedesca) non potrà mai muovere troppo in alto la leva dei tassi.

www.twitter.com/vitolops

© Riproduzione riservata