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Fondi attivisti all’assalto in Europa: operazioni in crescita anche…

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nel 2017 superate le 100 operazioni di «disturbo»

Fondi attivisti all’assalto in Europa: operazioni in crescita anche in Italia

(Reuters)
(Reuters)

La «solita» Amber Capital che sale al 10% nel capitale di Caltagirone Editore bloccando di fatto l’Opa e il successivo delisting della società, Litespeed Management che chiede un dividendo di un euro per azione all’Assemblea di Ansaldo Sts (che poi deciderà di non distribuire cedole) inserendosi nella disputa fra Elliott Management di Paul Singer e il socio di maggioranza Hitachi. Sono forse i due esempi più noti nel corso del 2017 di un attivismo dei fondi di investimento nei confronti di società italiane quotate che nella scorsa stagione assembleare è rimasto nel nostro Paese qualche gradino al di sotto dell’anno precedente - un report stilato dallo studio legale Skadden, Arps, Slate, Meagher & Flom conta 9 «opposizioni» contro le 12 del 2016 - ma che si conferma comunque oltre i livelli medi registrati dal 2013 in poi e in linea con le dinamiche presenti nel resto Europa.

Già alla fine dello scorso settembre nel Vecchio Continente, secondo le rilevazioni effettuate da Skadden, il numero delle aziende quotate «prese di mira» dai fondi attivisti aveva superato quota 100: una barriera raggiunta e oltrepassata in leggero ritardo rispetto all’anno precedente ma in netto anticipo rispetto a quanto avvenuto nel 2015. E soprattutto un risultato che, se da una lato «dimostra come in Europa l’attivismo abbia perso la propria capacità di sorprendere» dall’altro, garantisce lo studio legale newyorchese, «assicura un futuro» a questo genere di operazioni.

Certo, siamo ancora distanti da quegli Stati Uniti che continuano a fare scuola in questo campo, visto che in ciascuno degli ultimi 4 anni il numero delle società di Wall Street soggette alle richieste degli azionisti è oscillato fra le 300 e le 500 unità. Ma il fenomeno mostra comunque una certa vitalità, con la maggior parte dei casi concentrati in Gran Bretagna dove l’attivismo si è ormai stabilizzato sui massimi storici (44 casi rispetto ai 43 del 2016), una lieve crescita in Germania (17 contro 16) e Francia (10 da 9) e una flessione in Svizzera (9 da 12 come in Italia).

Se a livello continentale le più vulnerabili agli attacchi appaiono di solito le società a maggior capitalizzazione (23 nel 2017 i casi ai «danni» dei gruppi che capitalizzano oltre 10 miliardi di dollari dopo i 30 dell’anno precedente), in Italia sono ancora le mid cap (52% dal 2013 in poi) gli obiettivi «preferiti», seguiti dalle small cap (28%), dalle micro cap (12%) e soltanto in fondo dalle large cap (8%): una differenza che dipende probabilmente dalla diversa struttura della nostra industria.

Una significativa e crescente parte degli interventi in Assemblea si deve in ogni caso a investitori non europei, che spesso sono i protagonisti delle campagne di maggior profilo come quelle, tutte avvenute nel corso 2017, di Third Point Partners nei confronti di Nestlé, di Elliott nei confronti di AkzoNobel e di Corvex Management verso Clariant. Alla fine dello scorso settembre i fondi esteri attivisti erano circa il 25% del totale (tre quarti dei quali provenienti dagli Stati Uniti), circostanza che da una parte testimonia il loro crescente interesse e dall’altra funziona probabilmente da stimolo per gli stessi azionisti continentali.

Tornando all’Italia, Amber e i suoi interventi su Parmalat in tandem con Gamco Investors hanno mostrato che l’interventismo in Assemblea può condurre a risultati di successo e può quindi risultare da stimolo per i fondi più «tradizionali» a votare contro il management aprendo così nuove opportunità. Di recente la stessa Amber ha detto alla rivista Activist Insight di ritenere che «gli attivisti internazionali potrebbero essere sempre più attratti dal fatto che l’economia italiana si stia stabilizzando, ma anche dalla normativa avanzata a protezione degli azionisti di minoranza e dalla riduzione dell’influenza degli azionisti di controllo». In vista dell’imminente nuova stagione assembleare c’è chi già sta affilando le armi, come dimostra il caso dello stesso Elliott nei confronti di Telecom Italia: in fondo potrebbe essere un buon segnale.

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