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Banche, più regole in Europa, meno in America: ecco…

normative a confronto

Banche, più regole in Europa, meno in America: ecco l’impatto sul Pil

Mentre l’Europa stringe ancora la cinghia sulle banche, gli Stati Uniti si muovono nella direzione opposta e iniziano a deregolamentare il settore creditizio. Negli stessi giorni in cui la Commissione europea e la Bce affondano il coltello nella piaga dei crediti deteriorati, infatti, il Senato Usa riduce da 38 a 12 il numero di grandi banche sottoposte a una vigilanza rafforzata. A pochi mesi dal decimo anniversario del crack di Lehman Brothers, le due sponde dell’Atlantico si allontanano, ancora una volta, su un tema molto delicato: la normativa prudenziale del settore creditizio. Esattamente come si allontanano sulla politica monetaria.

Il punto è capire se questo possa avere un impatto sulla stabilità finanziaria (dato che la regolamentazione è stata studiata proprio per rendere il settore bancario più sicuro dopo la crisi) e sul diverso andamento dell’economia. Insomma: la “forbice” regolamentaria tra Stati Uniti ed Europa può accentuare la “forbice” dell’espansione economica? Alcuni studi sembrano dimostrare che sia così: esiste infatti una relazione tra regolamentazione prudenziale e andamento economico. Più aumentano i requisiti richiesti alle banche, per dirla breve, meno aumenta il Pil. Anche per questo, forse, gli Stati Uniti crescono più dell’Europa. Ma con quali rischi?

La valanga normativa

Secondo i calcoli di Bcg, nel mondo esistono circa 200 macro-normative, che impegnano le banche con migliaia e migliaia di adempimenti. Ma se la valanga normativa ha riguardato tutto il mondo, l’Europa è stata la prima della classe: basti pensare che da qui al 2021 le scadenze regolamentari che le banche dovranno rispettare sono 19 negli Stati Uniti e 38 nel Vecchio continente. Il doppio. Dunque la “forbice” tra le due sponde dell’Atlantico è sempre esistita: più regole da noi, meno da loro.

QUANTO PESANO LE REGOLE BANCARIE SULLA CRESCITA ECONOMICA
(Fonti: U.S Department of the Treasury; Fdic, Consensus Bureau)

Ora il gap si allarga ulteriormente. «Gli Stati Uniti sono intervenuti subito dopo il crack di Lehman per salvare e ripulire il sistema bancario - osserva Matteo Coppola, partner di Bcg -. Quindi sono stati i primi ad uscire dalla crisi e ora a deregolamentare un po’ il sistema bancario da un punto di vista prudenziale, mentre forte rimane l’attenzione sulle normative di protezione al consumatore. L’Europa è un passo indietro».

Più regole, meno Pil

Dato che le banche sono l’ombelico di ogni sistema economico, è ovvio che la regolamentazione sulla loro attività abbia un impatto sul credito alle imprese e dunque sulla crescita. È questo il motivo per cui Donald Trump vuole deregolamentare il settore. Uno studio elaborato dal Dipartimento del Tesoro Usa l’estate scorsa calcola infatti che l’economia americana sia cresciuta in termini reali del 13% dal 2007, oltre dieci punti percentuali in meno rispetto alla media dei sette cicli espansivi del passato. La caratteristica di questa fase è infatti proprio questa: da un lato gli Stati Uniti crescono da 105 mesi (record che solo una volta dal 1900 è stato battuto), ma dall’altro l’espansione ha un ritmo più lento rispetto al passato. Questo - secondo il Tesoro Usa - è dovuto «a una serie di ostacoli alla ripresa causati dall’imposizione di regole ferree per le banche». Motivo: le regole hanno limitato l’espansione creditizia.

Dato che da noi le regole sulle banche sono state ancora più ferree (non a caso il credito ha subito una violenta contrazione) si può supporre che il freno al Pil sia stato ancora maggiore. La conferma di un nesso tra regole bancarie e Pil arriva da uno studio della tedesca Dnb del 2015. Analizzando tutte le passate espansioni economiche, lo studio arriva alla conclusione che più le regole impongono alle banche requisiti patrimoniali elevati meno cresce l’economia. Due - secondo lo studio - sono i freni. Più si chiedono requisiti patrimoniali elevati, meno le banche erogano credito e più aumenta il costo dell’equity (che le banche poi trasferiscono sui clienti aumentando i tassi d’interesse sui finanziamenti). «Quando un Paese entra in crisi, è normale che il Regolatore renda più stringenti le normative prudenziali - osserva Coppola di Bcg -. Ma quando la ripresa si consolida, se i cordoni restano stretti le banche non possono soddisfare la domanda di credito di quella fascia di imprese che sta cercando di rialzare la testa dopo la crisi». Questo è esattamente ciò che accade in Europa.

I rischi sistemici

Vero è, però, che le normative prudenziali sulle banche sono state create per mettere in sicurezza il settore che nel 2008 creò la crisi globale. Deregolamentarlo in nome della crescita forsennata a base di debito rappresenta di certo un enorme rischio. Tanti (inclusa l’ex presidente della Fed Janet Yellen) pensano che la deregolamentazione tanto voluta da Trump rischi di favorire comportamenti speculativi da parte delle banche. E nuove crisi future.

Questo è un pericolo. Non solo in America. Ma anche l’iper-regolamentazione bancaria può creare dei rischi. Si pensi per esempio al fatto che nel mondo l’attività creditizia che non riescono più a svolgere le banche (a causa delle norme più stringenti) si sta spostando verso una serie di soggetti non-bancari meno regolamentati: il cosiddetto shadow-banking (sistema bancario ombra). La fetta più pericolosa di questo settore - secondo il Financial Stability Board - vale ormai nel mondo ben 45mila miliardi di dollari. Si pensi anche al fatto che la normativa ha indotto le banche d’affari a ridurre l’attività di market making, col risultato di rendere illiquidi (e dunque potenzialmente pericolosi) molti mercati obbligazionari.

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