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Così i titoli di Stato Usa sfidano le leggi della gravità (e…

le stranezze dei mercati

Così i titoli di Stato Usa sfidano le leggi della gravità (e della logica)

(Afp)
(Afp)

Il più grande mercato mondiale di titoli di Stato, quello statunitense, sembra impazzito. Nel senso che fa esattamente il contrario di quello che dovrebbe, almeno secondo logica. Vediamo cosa sta succedendo: dall’inizio dell’anno, il rendimento del decennale statunitense era salito vertiginosamente fino a sfiorare la mitica soglia del 3 per cento. Logico, in uno scenario di rialzo dei tassi e di robusta crescita economica.

Quando la scorsa settimana la Fed guidata da un Powell più “falco” di quanto previsto alza i tassi dello 0,25% e conferma altri due aumenti per quest’anno (oltre a tre ulteriori nel 2019) tutti gli analisti obbligazionari si aspettano il trionfale sfondamento della soglia del 3 per cento. Invece esattamente il contrario: i rendimenti dei decennali Usa anziché salire iniziano a scendere, planando sotto quota 2,8% (ai minimi da due mesi) tra lo sgomento dei trader obbligazionari e di quasi tutte le previsioni delle banche d'investimento. I grafici dei titoli di Stato Usa insomma puntano verso l’alto e i rendimenti verso il basso (ricordiamo che i prezzi sono inversamente correlati ai rendimenti).

Che cosa sta succedendo? Le possibili spiegazioni sono almeno tre. Iniziamo dalla prima: il meccanismo di avversione al rischio. Secondo alcuni analisti i titoli di Stato sono in rally perché rappresentano un “porto sicuro” durante i crolli di Borsa. Analisi classica ed evergreen ma che lascia un po' il tempo che trova, anche perché non si capisce per quale motivo i rendimenti dei T-Bond si ritrovino puntualmente al di sotto delle previsioni, sia quando l’azionario sale che quando scende.

La seconda possibile spiegazione è che i bond Usa stiano anticipando lo scenario di un rallentamento dell’economia più grande del mondo, e quindi di uno stop all'aumento dei tassi Fed. Ipotesi allarmante, legata in parte alla parziale delusione dei “surprise index” (gli indici che segnalano le sorprese positive provenienti dai dati macroeconomici) e in parte a una dinamica dell’inflazione meno vigorosa di quanto suggerisca la logica in fasi di crescita economica come queste. Ma sappiamo bene che l’innovazione tecnologica potrebbe aver mutato per sempre il comportamento dell’inflazione, mentre i “surprise index” hanno deluso soprattutto in Europa, non negli States.

La terza spiegazione è la più suggestiva, e forse la più convincente. Arriva dalla penna di Mohamed El-Erian, capoeconomista di Allianz, ex ceo di Pimco e editorialista di spicco del Financial Times, nonché una delle menti più brillanti di Wall Street in campo obbligazionario. Secondo El-Erian la ragione dello strano comportamento dei titoli di Stato Usa risiede negli enormi flussi di acquisti provenienti dai grandi investitori istituzionali mondiali, che lui conosce molto bene: colossali fondi pensione, giganti del mondo assicurativo e così via. I quali agiscono in modo perfettamente razionale.

Sul fronte azionario, gli istituzionali hanno incassato profitti straordinari grazie a un rally borsistico a tre cifre percentuali, lungo ben nove anni. Ora vogliono soprattutto una cosa: evitare di perdere i soldi guadagnati. E qual è il posto più sicuro dove parcheggiare i profitti che serviranno a pagare le future pensioni nei Paesi sviluppati? L'obbligazionario governativo statunitense. Che acquistano a mani basse, alimentando il rally.

Non è la prima volta che le Borse si comportano in modo strano quest’anno. Meno di due mesi fa, l’azionario statunitense è crollato per una buona notizia (l’aumento dell’inflazione salariale, spia di una robusta crescita economica) anziché per una cattiva. Ora invece la Federal Reserve alza i tassi ma i titoli di Stato Usa si comportano come se li avesse tagliati. Fare previsioni sui mercati è sempre stato difficile, ma ora lo è più che mai.

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