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Tim, Bolloré e le tre opzioni per uscire dall’angolo

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Tim, Bolloré e le tre opzioni per uscire dall’angolo

Mollare la presa oppure forzare la mano con il lancio di una complessa (e altrettanto improbabile) Opa? Per Vivendi il classico lascia o raddoppia nel caso Telecom appare riduttivo. Perché il socio francese del gruppo tlc, azionista con quasi il 24%, e il suo padre padrone Vincent Bolloré hanno già dimostrato in passato che le sfumature contano. E fanno la differenza. Ma soprattutto che non hanno fretta. Insomma, se a livello puramente teorico si volessero delineare i margini di manovra del socio D’Oltralpe per uscire dall’impasse tlc, bisognerebbe tenere conto di diverse variabili.

Per ora Vivendi, già minacciata dal fondo Elliott, dopo la discesa in campo della Cdp, ha fatto due azioni concrete. Ha fatto sapere che l’ingresso del braccio finanziario del Tesoro non viene considerato un’operazione ostile. Per poi, a stretto giro, ufficializzare il deposito della sua lista per il cda di Tim, una rosa di dieci candidati di cui 7 fanno parte del board in carica (dove 5 sono dimissionari).

Insomma, almeno sulla carta, appare chiaro che i francesi la partita se la vogliono giocare fino in fondo. Tutto evidentemente dipenderà da come si svilupperanno gli eventi, partendo dal board del 9 aprile di Tim. Ma tralasciando mosse e contromosse sul fronte legale, cosa potrebbe fare Vivendi se alla conta finale dei voti nella prossima assemblea dei soci ne dovesse uscire sconfitta? Negli ambienti finanziari si delineano diversi scenari.

Il primo, al momento difficile da immaginare, è che si profili, se non nell’immediato almeno nel breve termine, un grande accordo che possa portare a un consiglio di amministrazione espressione di tutte le forze in campo. Soprattutto considerando che la guida di Telecom Italia, oggi rappresentata da Amos Genish, appare l’unica nomina che raccoglie consensi trasversali. In proposito, si vocifera sul mercato, un avvicinamento del fondo attivista ai francesi ci sarebbe stato, nella misura in cui informalmente avrebbero proposto a Vivendi di “spartire” i 6 consiglieri (3 a Vivendi e 3 a Elliott) che dovranno essere rinnovati il 24 aprile. Non se ne è fatto nulla.

Fonti vicine al gruppo francese fanno sapere che al momento non è previsto alcun accordo con Elliott.

Se gli azionisti vecchi e nuovi non dovessero trovare la quadratura del cerchio, per Vivendi si profilerebbero due opzioni. La prima è che i francesi si comportino come nel caso della contesa di Ubisoft. Dopo tre anni di braccio di ferro con la famiglia Guillemot, Vivendi è uscita dalla società di videogiochi, cedendo il suo 27,27% per 2 miliardi. Un valore, quest’ultimo, di tre volte superiore al prezzo di carico di 794 milioni. L’operazione, in accordo con il socio di maggioranza, è stata strutturata in due step. Da un lato la vendita di una parte delle azioni sul mercato, dall’altra con un buy-back dalla stessa Ubisoft.

Lo schema, evidentemente, potrebbe essere replicato da Vivendi, con alcune differenze visto il debito di Telecom, in almeno due casi italiani: Tim appunto, ma anche Mediaset dove il recente accordo con Sky ha spiazzato il gruppo di Bolloré, socio con il 29%. Per almeno due buoni motivi. Intanto il finanziere bretone, come ha già dimostrato in quella partita, non ha fretta, ne ha un orizzonte temporale entro cui monetizzare l’investimento. Se dunque fosse messo in minoranza da Elliott e Cdp, potrebbe decidere semplicemente di aspettare. Alla prima occasione utile, anche a distanza di un anno, potrebbe ritentare l’affondo, presentando una nuova lista di maggioranza e nel caso in cui non riuscisse a spuntarla nemmeno in seconda, o in terza battuta decidere di vendere. Questo, ovviamente, appena l’asticella del prezzo del titolo Telecom si alzerà a livelli giudicati adeguati (Vivendi ha in carico la partecipazione a 1,07 euro contro un prezzo di Borsa attorno a 0,8 euro).

L’alternativa è che arruoli un terzo investitore per accelerare i tempi di uscita. Ma in quest’ultimo caso ci sarebbero diverse criticità, tra cui una di natura esclusivamente politica. Perché in assenza di un Governo e pur avendo raggiunto le forze politiche, nella battaglia contro Vivendi, una compattezza inaspettata, è altrettanto vero che un qualsiasi altro candidato, dalla francesissima Orange alla spagnola Telefonica, prima di scendere in campo in una partita così delicata avrebbe bisogno di rassicurazioni e un gradimento forte. Ed è evidente che in quest’ultimo caso risulta meno agile coagulare gli schieramenti politici. Sul fronte finanziario, poi, un “cavaliere bianco” si ritroverebbe in un gruppo, Telecom Italia, dove il riassetto industriale appare già tracciato dalla politica, con lo scorporo della rete imminente e la successiva fusione con Open Fiber. Certo, ed è questo il caso estremo, la stessa Vivendi, sola o insieme ad altri soggetti, potrebbe decidere di sparigliare le carte e lanciare un’Opa sull’intero gruppo tlc, conquistando formalmente quel premio di maggioranza riconosciuto per anni ai diversi protagonisti che di Tim hanno detenuto sempre un “controllo di fatto” e non di diritto.

Tale circostanza, ad ogni modo, viene giudicata assai improbabile sul mercato, perché già in partenza, con lo Stato in prima linea nel capitale di Tim, rischia di scontrarsi con la golden power e ha un rischio finanziario e politico assai elevato. D’altra parte, si osserva, l’assenza di un Governo rischia di indebolire il fronte italiano se a quel punto, come già avvenuto nel caso Fincantieri, toccasse a Francia e Italia trovare il compromesso.

Scenari si diceva. Per ora restano i fatti: una compagine azionaria in piena evoluzione, l’ingresso dello Stato nel capitale di Tim e un finanziere, vecchia conoscenza della finanza italiana e azionista di peso di Mediobanca e, indirettamente, delle Generali, che appare in serie difficoltà.

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