Finanza & Mercati

Staley (Barclays): «Pronti al riassetto post-Brexit.…

  • Abbonati
  • Accedi
parla il consigliere delegato

Staley (Barclays): «Pronti al riassetto post-Brexit. Puntiamo sull’Italia»

Jes Staley, consigliere delegato di Barclays (Reuters)
Jes Staley, consigliere delegato di Barclays (Reuters)

«I dazi possono essere un problema per l’economia globale, ma credo che il sistema del commercio internazionale sia più resiliente di quanto pensiamo. Brexit? L’impatto per noi non sarà così forte, ma ci stiamo organizzando con il rafforzamento dell’hub di Dublino a cui trasferiremo il controllo di una serie di attività dell’eurozona. La sfida con le banche grandi Usa? Sono state più rapide a ricapitalizzare post-crisi, ma Barclays ha già ripreso a crescere e siamo intenzionati ad aumentare quote di mercato anche negli Stati Uniti, dove siamo al quinto posto nell’investment banking». Jes Staley, 61 anni, è chief executive officer di Barclays ed è quindi uno dei banchieri più influenti tra Europa e Stati Uniti. Nello scorso week end era in Italia a Cernobbio al forum Ambrosetti, dove ha incontrato il gotha della finanza italiana insieme al nuovo country manager di Barclays per l’Italia Enrico Chiapparoli. Staley guida un colosso finanziario che attualmente gestisce asset totali per 1.133 miliardi di sterline ed è presente in 40 Paesi del mondo, con circa 120.000 dipendenti. Pur essendo una banca globale, da 325 anni il suo storico headquarter è a Londra.

Mister Staley, partiamo proprio dalla Gran Bretagna che ormai si avvia verso Brexit. Temete conseguenze negative per il business di Barclays? Alcune società stanno trasferendo parte delle proprie attività da Londra ad altre città europee. E’ un’ipotesi che state valutando anche voi?

Mi lasci dire, come premessa, che tutte le banche hanno attraversato un periodo di cambiamenti straordinari nell’ultimo decennio, a seguito della nuova regolamentazione dei mercati finanziari post-crisi, con requisiti patrimoniali che sono cambiati drasticamente. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti, dove abbiamo la maggior presenza, abbiamo dovuto modificare le nostre strutture societarie: nel Regno Unito abbiamo creato ex novo la più grande banca della storia per seguire la richiesta regolatoria di separare il business retail, mentre negli Stati Uniti abbiamo creato una “intermediate holding company”. Queste operazioni hanno avuto un impatto molto rilevante sulla nostra struttura ed hanno richiesto un'attenzione e dei costi notevoli.

Sì, ma Brexit che impatto avrà?

La gestione dell’impatto della Brexit appare non così forte per noi. Abbiamo già filiali operative a Milano, Parigi, Francoforte ed in altri centri finanziari europei. Una delle iniziative per affrontare Brexit sarà quello di trasferire queste “branch” sotto la nostra controllata di Dublino. Abbiamo chiesto un'estensione della licenza al regolatore irlandese e aggiungeremo del personale all'ufficio di Dublino per supportare i circa 1200 colleghi che lavorano già nei nostri uffici dell'UE, incluso il nostro forte team italiano. Con questi cambiamenti, Barclays sarà in grado di continuare a servire i propri clienti durante la Brexit proprio come facciamo oggi, qualunque sia l'accordo finale.

Tra autonomismi inglesi, sovranismi di alcuni paesi europei e protezionismi degli Usa, la globalizzazione appare in crisi di identità. In questi giorni stiamo assistendo alla guerra dei dazi commerciali. Crede che questo rappresenti un freno alla crescita dell’economia mondiale?

Dobbiamo ancora vedere cosa in effetti accadrà. Certamente il mondo è diventato meno prevedibile negli ultimi due anni, ma credo che il sistema di commercio globale sia più resiliente di quanto crediamo. L’attuale sistema ha sostenuto la crescita globale, la pace e la stabilità per molti decenni. E ci sono solide ragioni per cui possa continuare.

Anche a seguito dei dazi imposti dall'amministrazione Trump, dopo anni di rialzi nelle ultime settimane le Borse mondiali stanno perdendo quota. Complice anche il rialzo dei tassi di interesse, vedete il pericolo di un crollo dei mercati azionari?

È importante ricordare che quando è iniziato il sell-off, il mercato azionario statunitense era cresciuto del 7,5% da inizio anno, quindi l'entità della correzione che abbiamo visto di recente risente anche di questo. Al World economic forum di quest’anno, pochi giorni prima che iniziasse la flessione dei mercati, avevo dichiarato che la situazione ricordava quella del 2006, con molti motivi per essere ottimisti ma alcuni segnali di preoccupazione.

Quali elementi andranno monitorati per il futuro?

Intanto va considerato che la crescita economica globale è stata positiva e che i tassi di disoccupazione nel Regno Unito e negli Stati Uniti sono quasi ai minimi storici. Ma guardando i tassi di interesse reali si potrebbe pensare di essere ancora in recessione. A ciò si aggiunge l’impatto dell’enorme stimolo fiscale negli Usa ed il rafforzamento dell’inflazione salariale. Penso che il mercato abbia riflesso una preoccupazione per i livelli di inflazione negli Stati Uniti. È importante ricordare anche che ci trovavamo in un periodo di bassa volatilità senza precedenti e uno degli elementi del sell-off è legato all'adeguamento del mercato a livelli di volatilità più normali.

Veniamo a Barclays. L'activist investor Sherborne ha acquistato da pochi giorni il 5,2% del vostro capitale. È preoccupato dell’ingresso del nuovo azionista?

No, non lo sono. Sono lieto che gli azionisti vedano opportunità di rialzo per le nostre azioni, così come noi.

Deutsche Bank e Barclays sono le principali banche d'investimento in Europa, ma sembra che le banche americane abbiamo preso quote di mercato dalle banche Europee negli ultimi anni. Pensa che gli istituti europei siano penalizzati da troppe regole e dalla presenza di troppi regolatori?

Facendo un passo indietro, penso che dal 2008 le banche americane hanno avviato una ricapitalizzazione molto più rapida di quelle europee, il che significa che sono state in grado di competere in modo molto più aggressivo, mentre le banche europee sono state condizionate da processi di ricapitalizzazione e ristrutturazione più lenti. Inoltre, le banche statunitensi hanno beneficiato di una maggiore ripresa interna e non hanno dovuto affrontare una crisi come quella dell'euro.

Ma voi come pensate di procedere nel mercato Usa?

Barclays ha completato con successo la fase di ricapitalizzazione e di ristrutturazione, e stiamo crescendo e vincendo business, sia in Europa che negli Stati Uniti. Barclays è quinta nel mercato dell'investment banking negli USA in termini di “fee share”, il che dimostra che non stiamo solo difendendo la nostra posizione, ma stiamo prendendo quote di mercato.

Non crede che le grandi banche Usa abbiano raggiunto dimensioni nell’investment banking ormai incompatibili per la competizione per le banche europee?

Mi permetta di darvi un esempio recente di come stiamo competendo con le banche statunitensi e di come stiamo vincendo. Barclays è appena stata advisor di CVS, la più grande catena di farmacie negli Stati Uniti, per l'acquisizione di Aetna per 69 miliardi di dollari. A supporto dell'operazione, abbiamo sottoscritto uno dei più grandi finanziamenti corporate nella storia degli Stati Uniti, fornendo 20 miliardi di dollari a CVS. Solo Barclays, JP Morgan e Goldman Sachs sono state in grado, ad oggi, di sottoscrivere un finanziamento di tali dimensioni.

E in Europa? Le statitische dimostrano che le banche americane stanno guadagnando quote di mercato nel Vecchio Continente...

La nostra performance è ancora più forte in Europa. Siamo i numeri uno per investment banking fees nel Regno Unito, che si tratti di operazioni di M&A, leveraged finance, Ecm o Dcm. Siamo anche il principale underwriter di euro bonds. Penso che l'Europa dovrebbe tenere d'occhio gli sviluppi negli Stati Uniti, penso anche che le banche europee non siano eccessivamente gravate dalla regolamentazione. Sono un forte sostenitore di quelle regole che rendono il sistema finanziario più resiliente. La crisi finanziaria è stata incredibilmente distruttiva e avevamo bisogno di un nuovo livello di cooperazione tra le istituzioni finanziarie e le autorità di regolamentazione per cercare di anticipare e prevenire la prossima crisi. In tal senso, abbiamo fatto molti progressi negli ultimi dieci anni.

Sempre voi e Deutsche Bank avete tra i principali azionisti i fondi del Qatar, decisivi per le vostre discusse ricapitalizzazioni quando anni fa avete rifiutato l'intervento dello Stato. Crede che la presenza di questo azionista vi abbia creato problemi “diplomatici” con gli Stati Uniti?

No, non ci causa alcun problema. In effetti, il Qatar è uno dei più importanti investitori in diversi settori e aree geografiche, compresi gli Stati Uniti. Siamo molto soddisfatti di averli come azionisti di lungo termine.

Da pochi giorni avete raggiunto un settlement da due miliardi con le autorità Usa per precedenti irregolarità sui mutui. Avete risolto tutti i principali contenziosi? Gli investitori azionisti di Barclays non hanno più' niente da temere?

Siamo felici di aver risolto la questione. È stato il più grande tema aperto legato alla precedente gestione e l'accordo ha mostrato la nostra determinazione a risolvere rapidamente questi problemi in maniera responsabile verso gli azionisti. Questo management e il Board hanno reso prioritario lasciarsi il passato alle spalle e guardare avanti. La banca oggi è molto diversa da quella di un decennio fa e gli azionisti, oggi, possono essere molto fiduciosi e sereni sulla cultura ed il livello di controlli interni di Barclays.

In Europa la Vigilanza bancaria della Bce spinge per l'aggregazione tra banche, anche cross border. Crede che i tempi siano maturi o la frammentazione dell'Europa rende questo processo prematuro? E Barclays intende giocare un ruolo o dopo Brexit vi considerate fuori dai giochi del banking europeo?

Siamo molto soddisfatti della nostra attività e dei risultati della banca e abbiamo piani importanti per aumentare la quota di mercato in tutte le categorie di prodotto e aree geografiche. Siamo in una situazione diversa rispetto alle altre banche europee perché il nostro principale regolatore è la Bank of England, non la BCE. Nel Regno Unito la direzione regolatoria è quella di una maggiore competitività nel mercato bancario, e non minore.

Barclays è presente da molti anni in Italia. Per un pò di tempo è stata attiva anche nel retail banking, che poi avete abbandonato. Quale è la strategia del gruppo in Italia e perchè ritenete interessante per voi il nostro Paese?

Siamo orgogliosi della nostra storia in questo Paese. A marzo 2016 abbiamo annunciato una nuova strategia transatlantica per Barclays, focalizzata sulla clientela privata e istituzionale dagli hub di Londra e New York. Le attività che non rientravano in questa strategia sono state inserite nella divisione non-core e vendute. Abbiamo anche deciso di ridurre la partecipazione in Barclays Africa al fine di deconsolidarla. Sono state scelte difficili, guidate dall'evoluzione del contesto normativo. Il business retail in Italia è stata una delle attività che abbiamo scelto di vendere a CheBanca! del gruppo Mediobanca, coerentemente con la decisione di uscire da tutte le attività retail in Europa continentale. La decisione riflette in parte la mia convinzione che il retail banking sia un business prevalentemente locale.

Strategicamente, dunque, puntate soprattutto su corporate e investment banking?

Corporate e investment banking sono una parte molto importante delle attività di Barclays e abbiamo una forte presenza in Italia, con una forte base clienti ed un ottimo track record ed è un settore in cui vogliamo crescere. Una considerazione chiave nella formulazione della nostra strategia è legata all'evoluzione regolatoria nel settore e a come questa stia creando maggiori opportunità nel mercato dei capitali. Basti pensare che a livello complessivo, nel periodo 2006 – 2016, i finanziamenti bancari in Europa e negli Stati Uniti sono diminuiti del 9% mentre il funding dal mercato dei capitali è cresciuto del 78% nello stesso periodo. Ritengo quindi che ci siano interessanti opportunità di crescita per le nostre attività di corporate e investment banking nei principali paesi Europei, compresa l'Italia.

L'esito delle elezioni politiche in Italia ha determinato, secondo Blackrock, il peggior scenario possibile per gli investitori. Temete una fase di instabilità per l'Italia? In generale, un Paese col debito pubblico italiano può mettere in discussione l'appartenenza all'euro?

L'incertezza è sempre un fattore destabilizzante, ma la reazione del mercato è stata molto limitata, il che suggerisce una certa aspettativa da parte degli investitori. Un rischio più a lungo termine potrebbe emergere dal possibile rallentamento del processo sulle riforme degli ultimi anni. Non commento sull’opportunità o meno per l’Italia di rimanere nell’Eurozona, ma mi sento di dire che è nell’interesse dell’Italia e dell’intera area euro di continuare a lavorare insieme verso un'Europa più forte e più resiliente, in grado di gestire al meglio le crescenti sfide economiche globali.

© Riproduzione riservata