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Cade il segreto sui conti di Saudi Aramco, il gigante del petrolio che fa…

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IL BILANCIO DELLA COMPAGNIA DI RIAD

Cade il segreto sui conti di Saudi Aramco, il gigante del petrolio che fa più utili di Apple

Saudi Aramco è la più grande compagnia petrolifera del mondo (Reuters)
Saudi Aramco è la più grande compagnia petrolifera del mondo (Reuters)

Era uno dei segreti meglio custoditi al mondo. Ora che si è alzato il velo sui conti di Saudi Aramco, emerge che il gigante del petrolio saudita è più imponente, ma anche più fragile di quanto si immaginasse.

La compagnia nel primo semestre del 2017 ha generato profitti netti per 33,8 miliardi di dollari, più di qualsiasi altra società sul pianeta: Apple, l’unica che riesca ad avvicinarsi, è arrivata a 28,9 miliardi nello stesso periodo, mentre le supermajor occidentali ExxonMobil e Royal Dutch Shell hanno entrambe registrato 7,4 miliardi di utili.

A pubblicare i risultati di Aramco per la prima volta dalla sua nazionalizzazione nel 1976, è stata la Bloomberg. Il bilancio finito in mano (o più verosimilmente messo in mano ) all’agenzia di stampa è stato definito «inaccurato» dalla compagnia, che ha aggiunto di non voler commentare le «speculazioni sulla sua performance finanziaria e sul regime fiscale».

Macchina da soldi
Il documento, redatto secondo gli standard Irfs, è comunque molto dettagliato. Tra le voci più salienti ci sono anche la quasi totale assenza di debiti e un’enorme capacità di generare cassa. Con un cash flow operativo di 52,1 miliardi di dollari nel semestre – quasi un miliardo al giorno – Saudi Aramco è una vera e propria macchina da soldi, anche se questi finiscono in grandi quantità a finanziare lo Stato e la famiglia reale. Tra gennaio e giugno 2017 la società ha pagato al Governo ben 58,4 miliardi di dollari, di cui 18,5 miliardi di royalties e 39,9 miliardi di tasse. Riad ha anche incassato un dividendo di 13 miliardi di dollari.

L’Ipo del secolo
Questa e altre debolezze evidenziate dal bilancio sembrano corroborare la tesi secondo cui Riad nutre ambizioni eccessive su quella che è stata definita l’Ipo del secolo. Il principe ereditario Mohammed bin Salman punta a raccogliere 100 miliardi di dollari attraverso il collocamento in borsa del 5% della società, una cifra che porterebbe a una valutazione complessiva di 2mila miliardi di dollari, poco realistica secondo molti analisti, che stimano più plausibile un valore intorno a 1-1,2 miliardi.

Il piano Vision 2030
La quotazione di Saudi Aramco è la pietra angolare su cui si regge il piano Vision 2030, con cui il giovane e potentissimo erede al trono punta a diversificare l’economia dell’Arabia Saudita, finora troppo dipendente dal petrolio. Ma l’operazione si è rivelata molto più difficile del previsto, anche a causa di discordie all’interno dell’establishment saudita. L’Ipo – che sarebbe la più ricca della storia, di gran lunga superiore a quella da 25 miliardi di dollari della cinese Alibaba nel 2014 – era programmata per la fine di quest’anno, sul listino locale Tadawul e su un’importante piazza finanziaria straniera, come Londra, New York oppure Hong Kong. Ora è probabile che slitti al 2019 e secondo alcuni osservatori la quotazione internazionale potrebbe addirittura saltare.

Riad potrebbe aver lasciato filtrare ai media i risultati finanziari di Saudi Aramco proprio per ridare smalto al progetto dell’Ipo. Anche la forte ripresa delle quotazioni del petrolio, che ha portato il Brent sopra 73 dollari al barile questa settimana, ai massimi da tre anni, sta favorendo l’operazione.

Le vulnerabilità
Lo scoop della Bloomberg mette tuttavia in evidenza l’estrema vulnerabilità dei profitti di Aramco alle variazioni del prezzo del greggio: nella prima metà del 2016, quando il Brent valeva in media 41 dollari, gli utili sono stati di 7,2 miliardi, quasi cinque volte inferiori a quelli del primo semestre 2017, con il Brent a 53 $/barile. Exxon e Shell hanno fatto meglio, considerato che producono meno della metà: Saudi Aramco estrae circa 10 milioni di barili di greggio al giorno. Le due compagnie occidentali vincono anche per capacità di generare cassa: l’americana ha registrato un cash flow operativo di 16 miliardi, l’europea di 20,8 miliardi.

Il colosso saudita ha comunque investito di più (14,7 miliardi di capex nel semestre) e gode di costi estrattivi bassissimi: appena 4 $/barile, contro i circa 20 $ di Exxon e Shell. Ma le sue virtù non sembrano essere tali da giustificare una valutazione di 2mila miliardi di dollari.

Ancora una volta è il confronto a convincere. È vero che gli investitori negli ultimi mesi hanno penalizzato i titoli energetici, che hanno corso meno dei listini. Ma comunque non c’è proporzione: ExxonMobil capitalizza 327 miliardi di dollari, appena un sesto di quanto Saudi Aramco aspira a valere.



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