Finanza & Mercati

Il vento in Borsa è cambiato: la spirale in Siria può…

MERCATI E CRISI GEOPOLITICHE

Il vento in Borsa è cambiato: la spirale in Siria può accelerare i ribassi

Secondo la Risk Map del gruppo assicurativo Aon, nel 2017 i Paesi occidentali sono stati colpiti da 204 attacchi terroristici. Più del doppio rispetto ai 96 del 2016. E la probabilità di un conflitto tra Stati, anche con il coinvolgimento delle grandi potenze, ha raggiunto il «livello massimo dalla fine della guerra fredda». Eppure tutto questo non ha avuto l’anno scorso alcun impatto sulle Borse. Anzi, il 2017 per i mercati è stato l’anno d’oro. Idilliaco. Come se gli investitori siano ormai anestetizzati al terrore e incuranti della geopolitica. Neppure le tensioni in Corea hanno mai mosso le Borse.

Ma il caso attuale della Siria è potenzialmente differente. Più pericoloso. Nessuno può sapere come andrà a finire (probabilmente gli attacchi sono davvero finiti), ma una cosa è certa sin da subito: un eventuale aggravarsi della crisi siriana da un lato sarebbe qualitativamente diverso rispetto ad altre crisi geopolitiche recenti (a partire da quella farsesca in Corea del Nord), dall’altro arriverebbe in un momento in cui l’economia mondiale e i mercati finanziari sono più vulnerabili. Ecco perché questa volta potrebbe essere diverso: perché la crisi in Siria (ammesso e non concesso che la situazione degeneri) accade in un momento delicato per economia e mercati.

«This time is different»
Sul fronte geopolitico il primo problema è che i bombardamenti non sono solo una questione siriana. Coinvolgono anzi una regione, quella mediorientale, che già è una polveriera. E ha un intreccio di interessi storici che possono potenzialmente far scattare un effetto domino di reazioni e contro-reazioni. Insomma: la Siria non è la Corea del Nord, ma qualcosa di molto più complesso. Anche perché coinvolge in maniera seria gli interessi strategici della Russia.

Banco di prova dei rapporti Usa-Russia
E qui andiamo al secondo problema di carattere geopolitico. Le bombe della scorsa notte sono l’ennesimo banco di prova per le fragili relazioni tra Russia e Stati Uniti. Il Cremlino è già in tensione con l’Occidente per il caso Skripal e soprattutto per le ultime sanzioni americane che hanno - per la prima volta - una caratteristica extraterritoriale. Gli Stati Uniti lo scorso 6 aprile hanno infatti stilato una lista di 7 businessmen, 17 alti funzionari e 12 società su cui sono scattate pesanti sanzioni: nessuno può più comprare azioni, titoli o asset di queste persone e aziende russe. E il divieto vale anche per investitori non americani. «Queste sanzioni sono davvero pesanti per gli interessi dell’entourage di Putin - osserva Mattia Nocera di Belgrave Capital Management (Banca del Ceresio) -. Questo potenzialmente può davvero innervosire Mosca». Con scenari imprevedibili. Anche per le Borse.

Listini più fragili
Questo non vuol dire che i mercati finanziari siano destinati a crollare. Se, come sembra, i bombardamenti sono terminati, allora non dovrebbe succedere nulla in Borsa. Il punto è però un altro: qualunque cosa accada, la vicenda siriana arriva in un momento di inedita fragilità per Borse ed economia. Il 2018 era partito con la retorica della «crescita sincronizzata globale» e gli investitori sono tutt’ora molto ottimisti sul futuro congiunturale. Eppure qualcosa sul fronte macroeconomico sta cambiando e i mercati iniziano a percepirlo. Parole come «recessione» e «rallentamento» stanno tornando nei dibattiti piano piano. Con un’ottica di medio termine, ma tornano. E i segnali di inversione già si vedono.

Rischio recessione basso ma in aumento
Gli indicatori congiunturali prospettici (quelli cioè che guardano avanti come gli indici Pmi) stanno rallentando. Secondo le valutazioni implicite dei mercati (come la curva dei rendimenti) o le indicazioni che arrivano dai dati economici, il rischio di recessione entro i prossimi 12 mesi è ancora basso ma in aumento: attualmente è al 20% circa. Non tanto, ma neppure poco. Infatti aumenta la schiera di investitori e di economisti (come Joachim Fels di Pimco) che prevede una recessione nel medio termine. A partire dal 2019 o dal 2020. Anche perché la guerra commerciale di Trump potrebbe avere ripercussioni negative sull’economia. E soprattutto perché tutte le banche centrali quest’anno ritireranno le politiche monetarie espansive o alzeranno i tassi.

Listini in calo del 7% dai massimi
I mercati finanziari, pur ancora ottimisti, iniziano a mostrare una certa tensione per questo scenario. Lo dimostra l’aumento, ormai abbastanza strutturale, della volatilità. E lo ribadisce il fatto che dai massimi toccati il 26 gennaio 2018, l’indice Msci delle Borse globali è in calo del 7%. Gli utili aziendali sono ancora ottimi e la voglia di rischiare c’è, ma sempre più investitori percepiscono che il vento sta cambiando e che presto o tardi il mercato potrebbe girare. Potrebbe essere una crisi in Siria a causare la svolta? Impossibile prevederlo. Qualcuno è convinto che i bombardamenti siano stati effettuati venerdì notte proprio per dare ai mercati finanziari due giorni di tempo per capire che non si tratta di una guerra ma solo di un episodio. Può darsi. Certo è che le fragilità generali, Siria o non Siria, restano.

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