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T-Bond, così la soglia del 3% pesa su Wall Street

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T-Bond, così la soglia del 3% pesa su Wall Street

Sarà un misto tra superstizione e leggende metropolitane, eppure anche in un mercato finanziario ormai dominato da algoritmi e robot la psicologia ha un ruolo importante. E forse anche le leggende metropolitane. Così oggi non è passato inosservato il fatto che il rendimento dei titoli di Stato decennali statunitensi abbia superato (anche se per poco) la soglia psicologica del 3 per cento. Poi è sceso, ma tanto è bastato per porre un dubbio sui mercati: possibile che con un rendimento di tutto rispetto come questo (il Treasury decennale non raggiungeva questa soglia dal 2014), alcuni investitori decidano di abbandonare il mercato azionario per dirottare una parte dei risparmi sui titoli di Stato? Possibile insomma che il superamento di questa soglia possa tramutarsi nel pretesto per far scendere Wall Street perché ora esiste un’alternativa abbastanza remunerativa?

L’indicatore della Fed
Sebbene non esista alcuna legge scritta per cui questo debba accadere, sebbene basti porre questa domanda a qualunque strategist o investitore per sentirsi dire che «non esistono le soglie psicologiche», è da mesi che sul mercato si guarda al 3% come possibile punto di svolta per il mercato azionario. Il motivo è legato alla convenienza relativa: il giorno in cui i rendimenti dei titoli di Stato diventeranno più remunerativi delle azioni, allora il flusso di capitali ne prenderà atto. Per ora non siamo ancora in questa situazione, ma - secondo un indicatore chiamato Fed Model - ci stiamo avvicinando velocemente.

L'INDICATORE DELLA FED
Spread tra l'«earning yield» (quanti utili le società producono per ogni azione) e il rendimento dei titoli di Stato decennali Usa. Dati in % (Fonte: Bloomberg)

Questo indice calcola lo «spread» tra il cosiddetto «earning yield» (cioè quanti utili le società producono per ogni azione) e il rendimento dei titoli di Stato decennali Usa. Più questo «spread» è elevato, più significa che il mercato azionario ha una maggiore convenienza relativa rispetto a quello dei titoli di Stato. Più questo «spread» è basso, invece, più i titoli di Stato diventano appetibili rispetto alle azioni. Ebbene: attualmente lo «spread» è a 1,69%, cioè al livello minimo dal 2010. Molto più basso di un tempo: solo lo scorso settembre era pari a circa il doppio, a inizio 2016 era ben oltre i 4 punti percentuali e nel 2011 era a 11 punti percentuali. A quei tempi i rischi per chi investiva sui mercati azionari erano ben remunerati. Ora molto meno. È vero che - come rilevano gli economisti di Commerzbank - quello che conta sono i tassi reali. Ma ugualmente il rischio che - presto o tardi - l’appetibilità dei titoli di Stato Usa attiri capitali in uscita dalle Borse non è fuori luogo. Leggende metropolitane a parte.

Borse al capolinea?
Per ora non è ancora accaduto. Ma potrebbe prima o poi succedere. Non tanto per un motivo scaramantico, ma perché i mercati azionari sono sempre più considerati “tirati” e rischiosi. Un sondaggio di Bank of America di qualche giorno fa, al quale hanno partecipato 176 gestori di fondi, dimostra che tra i protagonisti del mercato solo il 29% è ancora sovrappesato sull’azionario: livello minimo da 18 mesi. Questo significa che la fiducia sulle Borse cala. E si affievolisce anche quella sull’andamento degli utili aziendali: solo l’8% degli intervistati li guarda con ottimismo, contro il 35% di febbraio. Ma anche l’economia globale inizia a preoccupare: nonostante sia ancora con il vento in poppa, solo il 5% degli intervistati si aspetta che cresca più velocemente nei prossimi 12 mesi. Minimo dai tempi del referendum su Brexit.

Il fatto che la fiducia sui listini si stia affievolendo è documentato anche dalla maggiore volatilità: si pensi che - stando ai calcoli di Morgan Stanley - quest’anno Wall Street ha registrato 29 volte una variazione giornaliera superiore all’1%, contro le appena 8 volte nell’intero 2017. Ma soprattutto il mercato inizia a guardare con timore all’inflazione, che - a causa delle tensioni geopolitiche e l’effetto sulle materie prime - potrebbe costringere le banche centrali a stringere i cordoni della politica monetaria più velocemente del previsto. Insomma, i motivi per dare credito alla leggenda metropolitana del 3% ci sono. Non per superstizione o creduloneria, ma perché sulle Borse pesano anche altri punti interrogativi.

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