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Media, finanza e porti in Africa, così Bolloré ha costruito…

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Radiografia di un colosso

Media, finanza e porti in Africa, così Bolloré ha costruito il suo impero

Vincent Bolloré con il presidente della Guinea Alpha Conde (sinistra) nel 2014 (Afp)
Vincent Bolloré con il presidente della Guinea Alpha Conde (sinistra) nel 2014 (Afp)

Fondato quasi 200 anni fa, il gruppo Bolloré è stato sempre controllato a maggioranza dalla famiglia bretone che mai come oggi è sotto i riflettori dopo il fermo del patron Vincent per sospetta corruzione nelle attività portuali in Africa. Nato nel 1822 come «Papeteries Bolloré», quindi come industria cartaria, a Quimper sulle rive del fiume Odet - nomi che tornano nella toponomastica societaria - il gruppo si è diversificato in tempi più recenti, cioè da quando nel 1981, l’allora 29enne Vincent Bollorè ne ha preso le redini, mentre la società versava in acque difficili. Nel 2017 il gruppo Bolloré ha fatturato 18,3 miliardi di euro (+82% inclusi i quasi 9 miliardi provenienti da Vivendi e +6% a perimetro comparabile), con un risultato operativo di 1,1 miliardi (per 720 milioni grazie a Vivendi) e un utile netto di competenza di 699 milioni (+59% rispetto al 2016). Il gruppo figura tra le 500 principali società globali e ha quasi 60mila dipendenti. Tre i suoi principali rami di attività: i trasporti e la logistica, la comunicazione e le soluzioni per lo stoccaggio di elettricità.

Un portafoglio di azioni da 7,4 miliardi

Al gruppo fa capo un portafoglio borsistico che a fine 2017 aveva un valore complessivo di 7,4 miliardi di euro e che per 1,06 miliardi comprendeva le partecipazioni detenute direttamente (come il 7,9% in Mediobanca e la quota in SocFin) e per 6,4 miliardi nel portafoglio Vivendi (tra cui Telecom Italia, Ubisoft, Mediaset, Telefonica e Fnac Darty). Lo scorso anno, a luglio, il gruppo ha ceduto il 59% di Havas a Vivendi per 2,3 miliardi di euro.

La logistica e i trasporti, un business da 5,8 miliardi di fatturato

Le attività nella logistica e nei trasporti, quelle finite nel ciclone giudiziario, lo scorso anno hanno fatturato complessivamente 5,8 miliardi, con un aumento dell’8% rispetto al 2016, favorito «dalla forte crescita delle attività dei terminal portuali soprattutto nell’Africa occidentale (Nigeria, Costa d’Avorio, Sierra Leone, Guinea..), come pure per i progressi delle attività di logistica e manutenzione in Nigeria, Africa del Nord e Mozambico, anche se altri Paesi come Gabon, Congo e Cameroun sono stati ancora penalizzati dalla debolezza del settore petrolifero», come recitava il comunicato sui conti annualo. Di fatto il gruppo Bollorè è un player di primo piano in Africa, dove ha iniziato a investire nel 1990 - «quando nessuno ci credeva», come Vincent Bolloré ha sottolineato in più occasioni - ed è ora presente in 46 Paesi, attraverso 250 filiali e gestisce 18 concessioni portuali. Bolloré Africa Logistcs fattura 2,5 miliardi l’anno e ha 24mila dipendenti sui 36mila totali del gruppo nel settore.

Il ruolo chiave in Africa Occidentale

Dallo stoccaggio al trasporto delle merci, Bolloré Africa Logistics ha un ruolo chiave in Africa Occidentale, dove continua ad investire. In Costa d’Avorio ha annunciato per il 2019 la costruzione di un secondo terminal portuale in grado di accogliere i grandi porta container che attraccano alle coste africane. Nel 2017 ha acquistato una parte della concorrente Necotrans, poco dopo che la società era stata messa in amministrazione giudiziaria al termine di un lungo contenzioso giudiziario proprio con Bolloré ,legato alla gestione del porto di Conakry, che il gruppo Bolloré aveva ottenuto nel 2011 e sulla cui concessione indaga ora la magistratura. Il gruppo Bolloré detiene inoltre la maggioranza di tre concessioni ferroviarie in Burkina Faso, Benin e Camerun e intenderebbe sviluppare ancora il settore. Sta incontrando, per altro, difficoltà nel progetto di una linea ferroviaria di 3.000 chilometri che colleghi Cotonou a Abidjan. Sempre in Africa ci sono poi le attività agricole che fanno capo alla holding lussemburghese Socfin, di cui Bollorè ha il 39%. Si tratta di circa 187mila ettari di piantagioni, principalmente di olio di palma sia in Africa che in Asia. Vincent Bolloré negli anni ha tessuto una fitta rete di relazioni nel continente africano, finite a volte nel mirino di Ong e dei media.

Nel mirino le amicizie col presidente della Guinea

Nel mirino della magistratura sono, però, ora le sue amicizie con Alpha Condé, il presidente della Guinea, eletto nel 2010 e con il presidente del Togo, Faure Gnassingbè e i favori che ne sarebbero derivati con l’assegnazione delle concessioni dei terminali portuali nei due Paesi.

L'IMPERO DI BOLLORÈ
Le partecipazioni di Vivendi

Passando alle attività del gruppo, ora spicca il settore comunicazione, in cui rientrano Vivendi, Havas, i media e le telecom, che hanno fatturato complessivamente 10 miliardi (da 2,3 mld nel 2016, ma allora Vivendi non era consolidata integralmente). Le attività industriali, che includono lo stoccaggio di elettricità (batterie per veicoli elettrici) e le pellicole plastiche nel 2017 hanno segnato ricavi per 311 milioni (+2%). In Italia, dove ha fatto il suo ingresso nel 1999 sotto l’egida di Antoine Bernheim, Vincent Bolloré è diventato un personaggio di peso della scena finanziaria con l’entrata in Mediobanca di cui è secondo azionista e nel cui cda siede ora la figlia Marie. E’ stato anche vice-presidente delle Generali. Quale primo azionista di Vivendi, che è il maggiore socio di Telecom Italia e il secondo azionista di Mediaset, è in prima fila anche nei due dossier che tanto agitano il panorama finanziario della Penisola. Il 67enne patron ha per altro sorpreso tutti la scorsa settimana annunciando le dimissioni quale presidente del consiglio di sorveglianza di Vivendi, dove è stato sostituito dal 38enne figlio Yannick. Bollorè aveva spiegato la decisione di lasciare le redini di Vivendi per «fare spazio ai giovani». Alla Borsa di Parigi la notizia dello stato di fermo del finanziere ed industriale bretone ha «gelato» il titolo Bolloré che ha chiuso la seduta con una flessione del 6 per cento.

(Il Sole 24 Ore Radiocor)

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