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Valute, la fuga selettiva dai mercati emergenti: ecco perché sta…

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Super dollaro

Valute, la fuga selettiva dai mercati emergenti: ecco perché sta cambiando il vento

Il dollaro in fase di rafforzamento costante e i titoli di Stato americani ormai stabilizzati intorno al 3%, hanno fatto risuonare i primi segnali dall’allarme sui Paesi emergenti. O meglio: di disimpegno. Per lo meno da quelli considerati più esposti sul dollaro, e quindi potenzialmente più deboli, oggetto negli ultimi giorni di quella che per il momento sembra una fuga “selettiva”.

La cronaca finanziaria più recente dice che nel corso delle ultime due settimane una delle classi di investimento che hanno fatto meglio nell’ultimo anno e mezzo, quella dei Paesi emergenti, è stata oggetto di una brusca ondata di storni. L’indice azionario Msci Emerging Markets, che fino alla prima metà di aprile aveva sovraperformato il mercato mondiale, nelle ultime due settimane ha perso il 3,91% facendo peggio dell’Msci World che nello stesso lasso di tempo ha perso poco più dell’1 per cento. Per la prima volta da 15 mesi a questa parte i fondi obbligazionari specializzati in bond emergenti poi hanno registrato riscatti con un deflusso netto di un miliardo e 200 milioni nell’ultima settimana.

Il legame con gli Usa

I mercati emergenti sono storicamente molto sensibili alle scelte di politica monetaria della Federal Reserve. Una stretta sui tassi Usa, e il conseguente aumento dei rendimento dei titoli di Stato americani, in genere si ripercuote sul costo di rifinanziamento del debito di questi Paesi che tende a rincarare. Il rafforzamento del dollaro, che in genere si registra quando la Fed alza i tassi, rende più oneroso il rifinanziamento del debito in valuta forte emesso da questi Paesi e ciò finisce con l’accentuare le pressioni al ribasso sui bond emergenti.

In passato questo è stato il copione. Nell’ultimo anno e mezzo tuttavia la storia è andata diversamente. Nonostante la stretta sui tassi Fed azioni, bond e valute dei Paesi emergenti sono andati molto bene. Per due ragioni: la prima è che sono migliorate le prospettive di crescita anche per via del rialzo dei prezzi delle materie prime (di cui molte economie emergenti sono esportatrici), la seconda è che, nell’ultimo anno e mezzo, non c’è stato quell’apprezzamento del dollaro che in molti si sarebbero aspettati.

Che cosa è cambiato

Ecco, alla base dello storno che ha colpito i mercati emergenti nelle ultime due settimane, c’è il venir meno di questo secondo presupposto. Il biglietto verde infatti nelle ultime due settimane si è fortemente apprezzato registrando un rialzo del 2% sul dollar index, il paniere che misura l’andamento del dollaro rispetto alle sue principali controparti. Una fiammata, coincisa con il superamento della soglia del 3% del rendimento dei Treasury a 10 anni, che ha provocato una brusca frenata di molte valute emergenti.

Ad essere presi in contropiede da questo balzo del dollaro sono stati in particolare i Paesi fortemente dipendenti dal flusso di finanziamenti dall’estero: la Turchia e l’Argentina. La lira turca ha toccato i minimi storici sul dollaro bersagliata dai ribassisti alla luce dell’iperinflazione che continua a caratterizzare il Paese che la banca centrale fatica a tenere sotto controllo. Un copione simile a quello dell’Argentina dove la banca centrale è stata costretta a un rialzo «monstre» dei tassi di interesse portati al 40% per arginare il crollo del peso. Pesante anche il crollo del rublo sceso da inizio anno di oltre l’8% sul dollaro.

Quanto questo rafforzamento del dollaro sia destinato a durare è difficile a dirsi ma una cosa è certa: finché il biglietto verde salirà gli emergenti soffriranno. Il rischio riguarda in particolare il fardello da 8300 miliardi di dollari di debito in valuta forte accumulato in questi anni da governi e aziende di questi Paesi. Nel prossimo anno e mezzo - stima l’Institute of International Finance - gli emergenti dovranno rifinanziare 2900 miliardi di dollari di debito. Il 27% del quale risulta denominato in valuta americana.

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